La casa tra le onde, di Hiroyasu Hishida.

Ciao a tutti e buon lunedì!
Siamo infine giunti all’ultimo film visto la settimana scorsa, quello che avevo salvato nella mia lista da tempo e che non mi decidevo mai di guardare: La casa tra le onde, di Hiroyasu Hishida.

Qualcuno di voi conosce questo film o ne ha mai sentito parlare?

No?

Tranquilli, ci pensa la vostra Shio! ♥

Inizio col dire che questo è il secondo film del sensei Hishida, papà anche di Penguing Highway, altro film molto particolare che ho apprezzato discretamente ma di cui ahimè non ho mai avuto il tempo di parlarvi.

Ma di cosa parla La casa tra le onde?

Prima di tutto è un film d’animazione con un target molto giovane dato che i protagonisti sono bambini delle medie, ma questo non implica che non possa essere comunque visto ed apprezzato dagli adulti, anzi, per certi versi questo film ha molto da insegnare in quest’epoca contrassegnata dal consumismo e dall’abbondanza.

La storia è incentrata su Kosuke e Natsume, due bambini che per i primi anni della loro infanzia si sono ritrovati a vivere insieme nello stesso condominio in cui viveva il nono di Kosuke, crescendo di fatti insieme, in più, Natsume, arriva da una situazione famigliare molto particolare che si verrà a scoprire i corso d’opera.
A inizio film tuttavia tra Kosuke e Natsume non sembra scorrere buon sangue, e i due seppur è evidente che si vogliano bene, non sembrano in grado di comunicare apertamente, a questa situazione si aggiunge la perenne gelosia isterica di Reina e l’allegra compagnia degli altri compagni del gruppo dei sei bambini che ci terranno compagnia per tutto il film; Yuzuru, Taishi e Yuri, a cui si aggiungerà anche Noppo.


Dissapori e incomprensioni sembrano al centro della storia, ma non solo. Tutto inizia quando si diffonde la notizia che nel vecchio complesso di appartamenti dove un tempo abitavano Kosuke, Natsume e le rispettive famiglie, ormai in disuso e in via di demolizione, viene avvistato il fantasma di un bambino. Incuriositi, il gruppo dei maschietti decide di indagare trovandosi a vagare in per il palazzo abbandonato e imbattendosi in Natsume e nel misterioso Noppo, a loro si aggiungono anche le altre due ragazze e il gruppo è al completo. Tra i due protagonisti nasce una discussione e una bomba d’acqua estiva arriva con la sua violenza inaudita, travolgendo tutti i presenti che nel mentre si erano spostati sulla terrazza dell’edificio.

I ragazzi si sveglieranno alla deriva, in un oceano immenso a bordo della casa che per l’occasione funge da nave, ma cos’è successo esattamente? Come mai la casa è stata trasportata in questo mare sconfinato e che fine hanno fatto tutti?

Eccovi il trailer:

Come potete vedere dal trailer, l’animazione è fluida e spettacolare, l’espressività dei personaggi, perfetta. Diciamolo, La casa tra le onde, a livello tecnico è di buona qualità, ma mi ha trasmetto una lenta agonia verso la fine.

Avete presente quando sembra che la fine non debba arrivare mai?

Ecco, a un certo punto, quando credevi di aver capito, si aggiungeva un pezzo, un tassello, un decisione presa dai personaggi che allungava il “brodo” narrativo.

Chi è Noppo l’ho capito a metà del film, tuttavia, ci metti un’infinità di tempo prima che la rivelazione ufficiale.

E’ un film brutto?

No, assolutamente, anzi, si lascia guardare.

I colori e l’animazione lasciano per certi versi incantati e la trama con tutte le sue metafore della vita, la rendono molto ricca e per nulla infantile, ma sinceramente avrei preso a schiaffoni Natsume per almeno metà del film. A un certo punto, verso la fine, volevo davvero menarla!! 😂 (ora capisco le persone che hanno odiato il mio piccolo Ed di Complicated Love 🤣🤣🤣)

Scherzi a parte, La casa tra le onde nasconde una morale molto bella e realistica. Invita al rispetto non solo delle persone, ma anche degli oggetti che ci circondato, della loro spiritualità. Nella cultura giapponese ogni cosa ha un anima, che questa sia una pianta, una sedia o una persona e per tanto va rispettata e ringraziata per il bene che ci ha fatto, per ciò che ci ha donato. In questo film spesso questa tematica si fonde con l’affetto che ci lega a una determinata cosa, a un determinato luogo e alle persone che lo hanno reso ancora più speciale. E’ sicuramente un film che va visto con il cuore e la mente aperta, consapevoli di trovarsi davanti qualcosa di speciale, soprannaturale, a cui non è possibile dare una vera spiegazione logica, ma va amato per quel che è. Le tempeste e le prove che i ragazzi affronteranno in quest’avventura alla deriva in un oceano sconfinato, a bordo di un palazzo galleggiante li farà crescere, maturare attraverso un percorso non sempre facile. Spesso si da per scontati che perché si è bambini, la loro vita sia facile, spensierata, ecco, questo film ci insegna in modo anche molto teatrale, che non sempre è così. Che anche il mondo dei bambini può nascondere delle ombre e che anche un giovane cuore può farsi carico di sofferenze e sensi di colpa per cose fatte o non dette.

Consigliato. ♥

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Le strade del male, di Antonio Campos.

Buon venerdì ♥
Eccomi per parlarvi del secondo film che ho visto sabato scorso sempre sulla piattaforma Netflix: lui è il secondo che mi avevano consigliato dopo Pinocchio e, ovviamente, ho provato a guardarlo!
Spiegare Le strade del male senza fare spoiler non è facile. Ci sono così tanti avvenimenti concatenati tra loro che è quasi impossibile nominarne uno senza farsi catturare nella spirale di quello successivo, ma ci proverò!

Le strade del male è un film del 2020 ispirato all’omonimo romanzo scritto da Donald Ray Pollock nel 2011 e con un cast davvero molto ricco e talentuoso.

Ma di cosa parla?

-Siamo a Ohio, America, nel 1945, subito dopo il secondo conflitto mondiale. Il film si apre con due incontri importati, due uomini che non si conoscono che incontrano due donne nella stessa caffetteria e che, nel bene e nel male, contribuiranno a cambiare la loro vita per sempre. Questi due uomini sono Willard Russel (interpretato da Bill Skarsgård) e Carl Henderson (interpretato da Jason Clarke). Passano gli anni e, dopo uno spoiler fatto dalla voce narrante su quello che succederà in una microscopica parte nel futuro, ritroviamo Willard e Charlotte, che nel mentre ha sposato, alla ricerca di una casa per mettere su famiglia e la trovano a Knockemstiff. La coppia seppur non propriamente accettata dalla piccola comunità è felice, si amano e hanno anche un figlio, in più Willard, che è un uomo molto religioso, appena trovato casa costruisce un piccolo santuario in una boscaglia a pochi passi dall’abitazione per raccogliere le preghiere della famiglia. Dovete sapere che i Russel sono molto religiosi per natura al punto che la madre di Willard, quando lui era in guerra, aveva pregato tanto e fatto un voto a Dio dove gli prometteva che se avesse fatto tornare a casa il figlio sano e salvo, gli avrebbe fatto sposare una ragazza della comunità, anche lei molto credente… una ragazza che non era Charlotte, ovviamente.-

Ho cercato di semplificare i primi 30 minuti del film, ma da qui sarebbe uno spoiler dietro l’altro e sinceramente non so fin dove potrei spingermi, per cui ho deciso di lasciarvi al trailer che vale più di mille parole. E’ in lingua inglese, ma le immagini parlano già chiaro. 😉

Dal trailer si capisce un po’ il genere e lo stile. E’ un film lungo più di due ore dove succede davvero di tutto, dove la violenza fisica e mentale fa i conti con un bigottismo religioso che mette a dura prova la fede. E’ un film che parla del mostro che si nasconde dietro un simbolo (in questo caso di chiesa), è un film che parla di storie, di vite che s’intrecciano e che alla fine sono costrette a scontrarsi. E’ un film che parla di solitudine dell’anima, di fatalità, di dolore, morte, crudeltà, disperazione, coraggio… L’amore presente è paragonabile all’odio, alla violenza e al disagio che si respira in ogni frammento di pellicola.

E’ un film disturbante?

Per certi versi, sì.

Ci sono dei momenti in cui ti chiedi come sia possibile che tutto sia collegato, che tutto debba accadere per un disegno divino più grande di noi e seppur queste riflessioni si possono spesso e volentieri applicare anche nella vita quotidiana di ognuno di noi (sempre sperando non in questi termini così estremi e violenti), lascia un senso di vuoto, di fatalismo, come se non ci fosse altra soluzione.

Mi sono imbattuta in questo film perché durante un discorso con mio nipote in cui si parlava di attori, avevo dichiarato che non amavo particolarmente gli Spider-man di Holland, perché in questa nuova versione dell’uomo ragno c’erano troppi elementi frivoli che toglievano attenzione alla bravura dell’attore in sé. So che probabilmente sto per bestemmiare, ma per me Tom Holland non è un grande attore, è bravo, ma non mi fa urlare al mostro sacro!
Come dire?
Quando lo vedo recitare, non mi trasmette nulla, tutto qui.
Non dico che non è bravo, ma in passato ho visto attori che sono riusciti a commuovermi anche solo con uno sguardo, vedi Michael Sheen, Al Pacino o Jim Sturgess, lui questo non riesce a farlo. Dopotutto si tratta solo di gusti personali che nulla tolgono al talento dell’attore in questione. Così mio nipote mi dice: “se vuoi vedere Holland in un ruolo serio e adulto, guarda Le strade del male, lo trovi su Netflix“.
Mugugno un secondo indecisa, ma so per certo che mio nipote ha dei buoni gusti, molto maturi per la sua età e mi metto subito a cercare il trailer sul cellulare: America del dopoguerra? Film che sembra una storia vera? Bill Skarsgård? Robert Pattinson?

Ok, mio!

Ed è così che mi sono immersa in questa storia dalle tinte molto noir che seppur non mi ha emozionata come se stessi guardando un capolavoro, mi ha comunque lasciata attaccata allo schermo per più di due ore, con in testa una sciame di domande, tristezza e compassione e, soprattutto, voglia di capire dove sarebbe andata a concludersi la storia. ^_^

Come dite? Cosa penso ora di Tom Holland?
Sostanzialmente il mio giudizio su di lui non è cambiato chissà che, rimane un’attore che non riesce a smuovermi emozioni forti o intense come hanno fatto altri in passato, ma devo anche ammettere che in questo film è stato bravo e meritevole di lodi. ^_^

E non solo lui, come già detto su, il cast è talentuoso: Tom Holland (Spider-Man, Avanger, Terre Selvagge), Robert Pattinson (Twilight, Batman, Remember Me), Bill Skarsgård (IT, Deadpool 2, Eternals), Harry Melling (Harry Potter saga, La regina degli scacchi, Waiting for the Barbarians), Mia Wasikowska (Alice in Wonderland, Blackbird, Madame Bovary) solo per citarne alcuni…

Ammetto che nonostante il lato molto cruento e per certi infame della trama, il film nell’insieme mi è piaciuto e mi ha fatto pensare molto a quanto a volte il mondo sia pieno di tanti proverbiali “lupi travestiti da agnelli”. Grazie a moltissimi fatti di cronaca, italiani e non, non mi è stato difficile credere al lato oscuro del predicatore, alla sua lussuria, al suo credere estremo che porta ad atti di libidine e allucinazione, tuttavia se da una parte troviamo una figura “fragile” nelle sue convinzioni al punto da restarne soggiogata, dall’altra c’è la gente comune, quella che non ha altro a cui aggrapparsi che a Dio, a questa entità superiore che rivedono nell’uomo che lo rappresenta e di cui hanno una fiducia smisurata e completa.

Il bene e il male sono ovunque e questo film, seppur tratto da un’opera di fantasia, me l’ha ricordato attraverso un vortice di violenza e disperazione inaudito.

Non è un film per tutti e sicuramente da evitare se siete facilmente sensibili all’argomento religione o facilmente impressionabili.

Consigliato ma con qualche postilla.


La nave di Teseo, di Toshiya Higashimoto.

Ciao a tutti, dopo tanto, che ne dite di parlare di manga?

Quello che vi propongo oggi è una serie composta in 10 volumi, conclusa in patria, ma che in Italia dovrebbe essere uscito da poco il secondo se non erro, edito dalla J-Pop: La nave di Teseo di Toshiya Higashimoto.


Conoscete il paradosso della nave di Teseo?

Dovete sapere che la nave del mitico eroe greco Teseo si mantenne nel tempo grazie al fatto che man mano che una parte di essa deteriorasse, veniva cambiata, ma questo a portato a un cambiamento totale del materiale della nave che, però, è rimasta originale nella sua forma, anche se non nel suo contenuto.
Sì, lo so che è un concesso un po’ difficile da spiegare in breve, ma sostanzialmente il paradosso consiste in un oggetto (la nave in questo caso) che nell’arco del tempo ha subito un cambio di componenti con materiali nuovi che hanno preso il posto di quelli danneggiati, riuscendo però a mantenere la sua originalità.

Come dite? Non ci avete lo stesso capito nulla?

Se volete documentarvi meglio, eccovi il link di wikipedia: CLICCA QUI.

Pensando al paradossi, si spiegano tante cose sulla storia base del manga…, ma prima la trama presa direttamente dal sito della J-pop:
Nella vita di Shin Tamura sembra stare per germogliare finalmente il primo barlume di felicità. 28 anni fa, suo padre è stato responsabile di un avvelenamento di massa che uccise più di 20 bambini di una scuola elementare e, da allora, Shin è cresciuto con addosso lo stigma di essere il figlio di un criminale. Ma ora, la vergogna e il disprezzo che prova verso la sua figura paterna stanno per essere lavati via dal fatto che egli stesso sta per diventare genitore. Una tragedia inaspettata scaraventa però di nuovo Shin nel baratro della disperazione e lo spinge a tornare tra le nebbie dell’Hokkaido, là dove tutto ebbe inizio, per affrontare il suo passato e fare luce, una volta per tutte, sulle colpe della sua famiglia… da molto più vicino di quanto non avrebbe mai immaginato.

Cosa ne penso?

Finora ho letto solo il primo volume e devo ammettere che mi ha intrigato molto!
Si parla di una tematica molto sensibile in Giappone: i crimini dei parenti che ricadono sulla famiglia. Dovete sapere che questa mentalità è molto sentita in Giappone, lessi anche un libro tempo fa, s’intitolava proprio “La Colpa” (per leggere la recensione, cliccate QUI) in cui si leggeva proprio la difficoltà del protagonista, il cui fratello aveva commesso un omicidio, di poter continuare a vivere senza essere additato come il parente di un’assassino. Ebbene questo avviene anche al nostro protagonista, Shin, e a sua madre, che da quel momento hanno interrotto ogni rapporto con il parente criminale .

Shin ha dei ricordi molto sbiaditi del padre e, ancora meno, di quelle che erano le indagini che riguardavano il caso di cui si era macchiato. La madre, ormai diventata l’ombra di sé stessa, non ne parla volentieri e l’unica che sembra intenzionata a scoprire la verità sui fatti avvenuti 28 anni prima è solo sua moglie ormai pronta al parto.

Mi piacerebbe dirvi molto di più, ma vi rovinerei la sorpresa. Posso però dirvi che è una storia molto carina, scritta bene e che se anche la tematica non è proprio originale, ma già sfruttata da film e/o libri, devo ammettere che non mi ha annoiata, anzi. I disegni sono molto particolari e ti fanno sentire parte della storia.
Mistero, indagini e colpi di scena non mancheranno ed è solo il primo volume!

Consigliato agli amanti del genere soprannaturale, del mistero e del poliziesco. ♥

Green Book, di Peter Farrelly

Il talento non basta, ci vuole coraggio per cambiare il cuore della gente.

Sono stata attratta per anni da questo film, ne avevo visto spesso il trailer ed ero persino pronta ad andare a vederlo da sola al cinema ma uscì nelle sale italiane il gennaio del 2019, mese e anno in cui mia madre è venuta a mancare ed è inutile dire che a quel punto avevo altro per la testa…. Ma non sono sicuramente qui per parlare di questo, no, oggi di parla di tutt’altro genere di emozioni e vi assicuro che Green Book ne regala tantissime.

Di cosa parla Green Book?

Siamo nell’America degli anni 60, (uno dei miei periodi cinematografici preferiti). Un italo/americano, Tony Vallelonga (detto anche Tony Lip), dopo aver perso momentaneamente il suo lavoro come buttafuori in un night club, accetta di fare da autista a un pianista di colore, Don Shirley, in giro per una tournée nel sud dell’America, quello più profondo, quello che ancora non accetta che gli uomini di colore possano essere liberi e dei loro pari.

Il viaggio durerà alcuni mesi, tenendo Tony lontano dalla sua famiglia, ma ci penserà Don ad aiutarlo a scrivere delle bellissime e romantiche lettere per la moglie Dolores che lo attende a casa con i figli per Natale e, d’altro canto, Tony permetterà a Don di completare il suo viaggio senza incidenti arrivando a fargli da guardia del corpo e a salvarlo da un’aggressione.

Il mondo è pieno di gente sola che ha paura di fare il primo passo.”

Cosa ne penso?

Immagino che tutti lo sappiate, ma questo film è tratto da una storia vera e voi sapete quanto amo queste cose, vero?

Green Book è una storia di amicizia, di rispetto, ma anche di sacrificio e, ahimè, ottusità. In un’America ancora chiusa nelle sue convinzioni razziali, questi due uomini sono un esempio di cambiamento. All’apparenza molto diversi, Tony e Don sapranno trovare un punto di incontro su cui costruire una bellissima amicizia che è durata negli anni.
Una delle cose che più mi ha fatto riflettere è stata la forza generata dall’unione di due categorie di “esclusi” perché, si sa, l’America non è mai stata molto gentile con gli emigrati e ancora meno con le persone di un’etnia diversa. Ed è stato come se questi due uomini che in quel momento rappresentavano due mondi diversi ma ambedue discriminati, avessero trovato nella loro emarginazione, un punto di forza che gli ha fatti unire ancora di più. La storia è bella e divertente, il viaggio è raccontato bene e le gag tra i due protagonisti sono sempre di buona qualità: non ti vergogni di ridere di alcune scene, lo fai e basta, perché contengono un’ironia intelligente, mai fuori posto.

Ma sapete da dove prende origine il titolo del film? Sapete che cos’era in quegli anni il “Green Book“?

A primo acchito può sembrava un nomignolo carino, un titolo grazioso ma, dietro queste due semplici parole, si racchiude un universo di discriminazione razziale. Il Green Book altri non era che un libricino su cui erano appuntati tutti i locali e gli hotel che accettavano clienti di colore… avete capito bene: erano strutture a cui era consentito l’ingresso ai neri dato che, in quegli anni, a queste persone non era concesso neanche di usare lo stesso bagno dei bianchi, figuriamoci se avrebbero potuto sedersi alla stessa tavola o dormire nei loro stessi letti. E questa “situazione” è molto presente in tutta la pellicola, mettendo in risalto come la facilità con cui Tony Lip aveva accesso in qualsiasi luogo, cozzava contro l’emarginazione di Don, una figura sola, che a me faceva venire in mente una animale chiuso nel suo recinto a cui non era concesso mettere il naso fuori dai suoi territori. Un qualcosa che mi ha riportato alla mente gli animali chiusi in un recinto o una gabbia e cui non era concesso alcuna libertà.

Gli interpreti sono ben azzeccati: Viggo Mortensen (Il signore degli anelli, Oceano di fuoco e Delitto perfetto) nei panni di Tony Vallelonga: adorabile! E Mahershala Ali nei panni di Don Shirley (Alita, Hunger games e Il diritto di contare): una piacevole scoperta. Sì perché per quanto, dopo essermi documentata, abbia scoperto di aver visto altri film dove questo talentuoso attore è apparso, non mi è rimasto in testa, non come in questo film dove raggiunge un livello recitativo davvero considerevole.

Consiglio questo film a chi ama le pellicole tratte da storie vere, a chi vuole farsi un paio di risate serie, con una riflessione pesante di un mondo, una realtà che per quanto molto lontana negli anni, da qualche parte, esiste ancora. Consiglio questa pellicola, perché fa bene all’animo e a fine visione, tutto sempre più bello, puro, come la neve che vedi scendere nelle ultime scene.

Consigliatissimo ♥.

Il castello errante di Howl

Guardando qua e la nel blog, mi sono resa conto che non ho mai parlato di una delle pietre miliari dell’animazione giapponese, colui i cui film, hanno ispirato e fatto sognare diverse generazioni, Hayao Miyazaki.

Qualcuno di voi lo conosce? Avete visto qualche suo film d’animazione?

Mi verrebbe da rispondere che è impossibile che qualcuno non lo conosca, difatti era perché l’ho dato troppo per scontato che ho evitato di parlare delle sue opere per anni, ma non credo di aver sbagliato a riguardo e che non bisogna mai dar nulla per scontato. Per cui mossa da questi pensieri e sentimenti, vi parlo di uno dei film del sensei che più amo: Il Castello errante di Howl.

Prodotto dal famoso Studio Ghibli, distribuito in Italia da Lucky Red, Il Castello errante di Howl, classe 2004, resta a parar mio uno dei più belli del maestro. Sarà perché mi sono sentita da subito in sintonia con il personaggio di Sophie, per le ambientazioni sempre magiche e particolari del sensei, ma Howl mi è da subito entrato nel cuore.

Ma di cosa parla questo film?

Tratto dall’omonimo romanzo del 1986 di Diana Wynne Jones, Il Castello errante di Howl, racconta la vita di una giovane di diciotto anni, Sophie che, dopo la morte del padre, decide di portare avanti l’attività nella cappelleria di famiglia fino a sacrificare la sua vita. Difatti mentre la madre è impegnata in viaggi e la sorella più piccola è perennemente circondata da pretendenti nella pasticceria dove lavora, Sophie è mite, una giovane matura, posata e sola non solo fisicamente, ma anche nell’anima. Ma la sua vita cambia nel momento in cui s’imbatterà nel potente e affascinante Howl che la salverà da due soldati molestatori. Questo avvenimento farà insospettire la strega delle Lande che effettuerà un maleficio su Sophie trasformandola in un’anziana donna. Ormai irriconoscibile, Sophie decide di lasciare la città alla ricerca di un modo per ritornare normale e… beh, direi che ho detto abbastanza, se vi ho incuriositi, provate a cercare questo film! 😉

Cosa ne penso…

Non sono nessuno per giudicare da un livello tecnico questa pellicola, per cui lo farò sempre nel mio particolare modo, lasciandomi guidare dall’empatia e dalle emozioni che mi ha lasciata addosso e, come detto prima, rimane una delle mie preferite del sensei insieme a La principessa Mononoke, La città incantata e Il castello di Cagliostro. Premetto che di tutti i film prodotti e creati del maestro, me ne mancano un paio che ho da anni in dvd, ma che poi per una cosa o l’altra non riesco mai a vedere, per cui la mia classifica potrebbe cambiare. 😉

Che dire di un’opera che ami se non che la ami?

Sembra un colmo ma è così.

Ho amato tutto, dalla musica alle ambientazioni, dalla storia ai personaggi e poi lei, Sophie, un personaggio che ho sentito tanto vicino al mio cuore per quello che si porta dentro, per il suo animo mite, per la sua vita sacrificata, per il suo non sentirsi affatto bella. Sophie ha molto di me, ho pianto tanto con lei quella volta che esplode davanti all’eccessiva preoccupazione di Howl per il suo aspetto fisico, per aver perso la sua bellezza (ma dove? Io lo preferivo bruno dopotutto xD) e gli urla: “Basta! Insomma Howl fai come ti pare! Per quanto mi riguarda io bella non lo sono stata neppure una volta!” Una frase forte che dice molto più di quel che sembra.

Ho anche adorato il modo in cui Sophie ringiovaniva ogni volta che splendeva d’amore verso Howl, perché solo accanto a lui riusciva a essere se stessa, ad accettarsi, amarsi e, di conseguenza, amare anche lui. Sono sfumature che magari non noti a una prima visione, ma che vanno a completare un’opera dalle mille sfaccettature, piena di sentimenti, d’amore e del desiderio di essere accettati. Succede un po’ a tutti, a Sophie, a Rapa (adoravo Rapa) e, soprattutto ad Howl, quello più devastato dentro, ma frivolo fuori. Il suo personaggio è bellissimo, il suo animo lo è, ma lo cela, lo nasconde dietro una murata di frivolezza e finta beatitudine. Chi proprio non è riuscita mai una volta ad entrare nelle mie simpatie è La strega delle Lande, nella scena finale, quando afferra il nucleo (non dico nulla di preciso, per non fare spoiler 🤫) di Calcifer (altro pg adorabile) l’avrei presa a testate! Scusate la finezza, ma davvero, l’ho detestata in quel momento. xD

Insomma, esattamente come in quasi tutti i film di Miyazaki, la magia, l’ecologia e la bellezza dell’animo, quella che non puoi vedere, ma solo percepire, è molto presente e soprattutto qui, cozza violentemente contro la superficialità. Questi temi mi hanno toccata molto. La gente si ferma molto alle apparenze. Succede per tutto: al lavoro, tra amici…il web, in giro… tra la gente. Viviamo in una società dove è meglio apparire che essere. Il Castello errante di Howl ha ormai diciotto anni eppure tocca tematiche ancora molto attuali: la diversità, la guerra creata dall’ottusità dell’uomo, l’ingannevolezza della bellezza effimera…

Consiglio questo film a chi ama l’animazione di qualità, a chi non si ferma solo all’apparenza, a chi non vede in un “cartone animato” solo un prodotto per bambini.

Consiglio questo film a chi vuole e sa guardare alle cose non solo con gli occhi, ma soprattutto col cuore, perché è quello che conta davvero. La bellezza estetica è effimera, passa, muta con gli anni, ma quella che ci portiamo dentro, non cambia mai.

Buona visione. ♥

House of Gucci di Ridley Scott.

Ciao a tutti!

So che non è proprio un film che guarderesti a Natale, ma lo sapete, no? Io ho le mie tempistiche e solitamente guardo qualcosa quando il clamore ormai è scemato e posso gustarmi la visione senza essere condizionata dal parere altrui.

In questo mese di dicembre ho deciso che, tolta la lotta perenne per pubblicare tutto nel modo più consueto e giusto possibile, mi sarei dedicata un po’ a me stessa, alle mie passioni e a ciò che mi va di fare.

Sabato sera non avevo progetti e mi è sembrata l’occasione buona per guardare il tanto acclamato House of Gucci, ma prima di lasciarmi andare alle mie impressioni (strettamente) personali, eccovi un accenno di trama e il trailer del film (attenzione, il trailer potrebbe contenere spoiler) che potete trovare su Amazon Prime, senza costi aggiuntivi.

Di cosa parla esattamente House of Gucci?
Siamo nella Milano da bere, quella degli anni 70/80, gli anni d’oro per una Milano in crescita. Qui incontriamo una giovane Patrizia di appena 22 anni che lavora come segretaria nell’azienda di autotrasporti del padre. Un lavoro tranquillo, ma che all’ambiziosa donna sta comunque stretto. Durante una festa, Patrizia incontra Maurizio Gucci, l’erede dell’omonimo marchio e inizia a corteggiarlo. I due s’innamorano al punto che, quando il padre di Maurizio gli intima di non sposare Patrizia o verrà diseredato, lui sceglie la donna, perdendo ogni diritto sul 50% della società del padre, ma a lui non importa, Maurizio sceglie l’amore al denaro, a quell’azienda a cui non sembra essere minimamente interessato visto che lui si sta laureando in giurisprudenza ma… a Patrizia? A lei quando davvero importa di Maurizio in quanto uomo e Maurizio “Gucci” l’erede di un impero dal patrimonio sconfinato?

Intrighi, cospirazioni, macchinazioni con una punta di follia, sono gli ingredienti principali di questo film che vorrei tanto fosse solo frutto di un brillante sceneggiatore di Hollywood, ma purtroppo non è così!

Ecco il trailer, ma ripeto, occhio agli spoiler, perché non lascia nulla all’immaginazione.

Cosa ne penso?

Mi sento di fare subito una premessa: io conosco i fatti di cronaca dietro questa storia, ma ignoro le macchinazioni avvenute all’interno di uno dei marchi più prestigiosi del mondo della moda e, se davvero quelli narrati nel film corrispondono a verità, ebbene il mio disprezzo (se così vogliamo definirlo) per la signora Gucci è totale.

La storia di Maurizio e Patrizia Gucci, così come viene descritta nel film, sembra la favola perfetta: una ragazza bella ma di ceto medio che incontra il suo principe azzurro pieno di soldi e vissero tutti felici e contenti. Perfetto, no? Ma a vedere questo film non è stato proprio così. Già guardando i vari programmi di cronaca dell’epoca mi ero chiesta se ci fosse mai stato vero amore da parte di Patrizia nei confronti di Maurizio o se aveva ragione Rodolfo Gucci quando diceva che lei era sono legata ai soldi della famiglia…. ma torniamo al film!

Per quel poco che sono le mie conoscenze a riguardo, il film è abbastanza fedele alla realtà, discostandosi solo quando si parla dei figli della coppia, perché in verità, Patrizia e Maurizio hanno avuto due figlie e non una come viene erroneamente detto nel film, ma penso sia stata una semplice licenza poetica, o narrativa, in questo caso.

Ignoro anche quanto di vero ci possa essere stato nelle cospirazioni ai danni dello zio Gucci, Aldo, interpretato da un grandioso Al Pacino e del figlio, Paolo, il cui interprete è un irriconoscibile e fantastico Jared Leto (guardare per credere 😉 ).

Il film è sicuramente bello, incalzante, degno di un thriller famigliare di buona qualità: direi che in questo il nome di Ridley Scott sia una garanzia. Gli interpreti, a parte i già sopracitati Pacino e Leto, sono azzeccatissimi: Adam Driver nei panni di Maurizio Gucci e Lady Gaga in quelli di Patrizia Reggiani e non dimentichiamoci Jeremy Irons in quelli di Rodolfo Gucci. Un cast stellare, un gruppo di talenti che riescono tutti a brillare senza prevaricare l’uno sull’altro, anche se, per il suo lato “bigotto”, ho apprezzato molto Lady Gaga che non avevo neanche riconosciuta. La prima cosa che ho pensato appena è entrata in scena è stata: “però, complimenti a chi ha selezionato il casting! Hanno trovato una donna molto bella ma al tempo stesso rozza, perfetta per il ruolo di Patrizia”, poi sono andata a controllare il nome su internet e… “Ops! Ho dato della rozza a Lady Gaga!!!” (chiedo scusa x°D)

Film grandioso, semplice nei suoi ritmi narrativi ma che non annoia minimamente. Nonostante sapessi perfettamente come sarebbe andata a finire (era il 1995 per cui lo ricordo bene), ho assaporato ogni attimo di questa pellicola che profumava di nostalgia, divisa tra Milano e New York. Uno spaccato di un’Italia ormai lontana, di una famiglia unita nei valori e devota al potere.

A volte mi capita di pensare a quanto pesante possa essere la controparte della fama. Questa famiglia poteva avere tutto, ma il prezzo che ognuno dei suoi componenti ha pagato alla fine, è spaventoso. Vedendo questo film, sento la proverbiale frase: “i soldi non fanno la felicità” sempre più vera. Ovvio, da squattrinata penso che comunque i soldi aiutano, ma non possono salvarti, soprattutto dall’avidità umana.

2 ore è 38 minuti e non sentirli: Assolutamente da vedere!

Blonde di Andrew Dominik.

Ciao a tutti, oggi parliamo di nuovo di film!
In questo periodo sto riuscendo a vedere molte cose, complice anche il fatto che il sabato dopo il lavoro è sempre un calvario e che spesso rimango impalata nel letto a causa dei dolori lancinanti, ma non parliamo di me, ma di lei, Marilyn e di una delle pellicole che penso più l’abbia rappresentata davvero, andando oltre le apparenze e i pregiudizi, Blonde di Andrew Dominik.

Ho da sempre avuto un rapporto conflittuale con la figura di Marilyn Monroe. Sinceramente non sono tra quelle che l’ammiravano, ma non mi era neanche antipatica, diciamo pure che era lì, punto. Tuttavia, in questi ultimi mesi, grazie a Netflix mi sono imbattuta in diverse opere a lei dedicate e ho scoperto qualcosa di più, e che ignoravo, e l’idea che mi sono fatta attualmente, ammetto mi ha un po’ turbata.

Blonde è un film crudo, forte, vero.

Tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates che mescola fantasia a fatti reali in un mix sconcertante che dipinge non solo la diva, ma anche il lato umano e fragile di una donna vittima del successo e, per certi versi, carnefice di se stessa.

Essendo la trama fornita da Wikipedia troppo lunga, vi racconterò del film direttamente durante il passaggio sui miei pensieri personali, ma per ora, eccovi il trailer ufficiale:

Come anticipato su, non ho mai avuto un buon rapporto con la figura di Marilyn Monroe, ma questo film ha fatto crescere in me ancora più dubbi, creando ancora più conflitto tra l’odio (se così lo si può definire) e l’amore che da sempre provo per questa donna e la sua triste e folle storia. Il film inizia mostrandoci una Marilyn bambina, quando ancora tutti la chiamavano Norma Jeane. Norma è una bambina dolce, ma visibilmente turbata dal comportamento a volte violento della madre che arriva quasi ad ucciderla, perché in Norma vede la causa dell’abbandono dell’uomo che amava. Il padre della bambina è una figura onnipresente nella trama della storia, ma non la si vedrà mai per davvero, se non attraverso una vecchia foto che non fa intendere quale che sia davvero la sua identità. Dopo il tentato omicidio, la piccola Norma Jeane viene affidata ad un orfanotrofio e la madre internata in un ospedale psichiatrico.
Norma cresce, diventa una bellissima donna che vuole sfondare nel mondo del cinema ma qui, inizia il suo primo dramma… la prima realtà che lascia l’amaro in bocca, perché a quel tempo pareva una cosa normale: Norma Jeane si presenta per un provino dove viene violentata ed è così che nasce il mito di Marilyn Monroe. Se lei non avesse fatto quel provino, se non fosse stata violentata (prezzo da pagare per ottenere la parte), probabilmente il suo mito sarebbe arrivato molto dopo, oppure chissà, anche mai!

E’ triste e lascia riflettere. Sapevo già della violenza di Marilyn esattamente come so che è stato il destino di tantissime altre aspiranti attrici, soprattutto in quegli anni, ma non è da escludere che questo non avvenisse ancora negli ultimi decenni, prima del movimento del Me Too.

Per non essere troppo precisa e togliere il gusto a chi vorrà vedere questa pellicola di quasi due ore e mezza, Blonde parla dell’ascese e della fine di una donna che sostanzialmente si sentiva sola anche in mezzo a una folla di persone che l’adoravano come una diva.

Questa cosa mi ha fatto molto empatizzare per lei. Norma, vorrei chiamarla così perché nel film lei non si era mai sentita Marilyn, anzi, vedeva in lei una sorta di alter ego, un costume che era costretta ad indossare perché tutti lo volevano, la desideravano, ma non lei. Lei, Norma, desiderava solo essere Norma, desiderava solo essere amata, ma c’era anche qualcosa di rotto nel cuore e nella testa di questa donna tanto bella quanto fragile. La mia sensazione è che lei cercasse sempre la figura di un padre che non aveva mai conosciuto, che non l’aveva mai amata nei vari uomini della sua vita, ma al tempo stesso, doveva essere Marilyn, la donna frivola, tutta sorrisi e moine, una donna che non sentiva di essere, che quasi ripudiava come una estranea ma dalla quale non era in grado di sottrarsi e questo le costò il secondo matrimonio, quello con l’ex giocatore di baseball Jo di Maggio.

Marilyn aveva donato a Norma Jeane l’immortalità nei cuori della gente, ma le aveva portato via tutto: il suo candore, il suo diritto ad essere madre, la sua famiglia… il suo futuro.

Pellicola davvero di grandissimo impatto visivo, con scene crude, di nudo, ma vere al punto da percepirle fin dentro l’anima. Una fotografia interessante, un trucco impeccabile al punto che a volte fai fatica a capire quando la vera Marilyn dei filmati, è sostituita dalla sua grandiosa interprete che, oltre ad essere davvero una bellissima donna, è riuscita a sfiorare le corde del mio cuore attraverso una interpretazione magistrale.

Ambientazioni e cast, formidabili. Sinceramente ignoro dove finisce la verità e inizia la fantasia dell’autrice del romanzo a cui è stato ispirato il film, ma posso garantire che fino alla fine ho provato un senso di profondo disagio, dolore, tristezza per questa donna che sembrava aver avuto tutto dalla vita, ma che in verità le mancava la cosa più importante, l’amore per se stessa.

Anche la scelta degli attori è davvero ben azzeccata per quanto mi riguarda:
Ana De Amas nel ruolo di Marilyn, Adrian Brody interpreta il terzo marito, lo scrittore Arthur Miller, Bobby Cannavale nel ruolo di Joe Di Maggio, il secondo marito, Julianne Nicholson nei panni di Gladys, la madre di Marilyn e tanti, tantissimi altri.

Sinceramente è in film che consiglio di guardare per il forte impatto visivo, per vedere quanto spesso, dietro una facciata dorata, si nasconde una sofferenza palpabile costellata di piccoli e grandi drammi.
E’ un film che mi ha portata a riflettere e a mettere in discussione il modo in cui vedere questa donna, non che adesso sia diventata una sua fan, ma sento di capirla un po’ di più, di avvertirla più vicina al mio cuore.

Consigliato! ♥

Black Panther: Wakanda Forever di Ryan Coogler.

Ciao amici, in un altro post, vi avevo accennato al fatto che dopo secoli mi fossi di nuovo recata al cinema e “Black Panther: Wakanda Forever“è il film che sono andata a vedere.

Premetto che non è il mio genere. Personalmente ho smetto di vedere le saghe dei supereroi decenni fa. Pensate che l’ultimo film del genere che ho visto al cinema è stato The Amazing Spider-man del 2012 dove ho ufficialmente decretato che non potevo continuare a guardare certa roba ma, che sia chiaro, non per il prodotto in sé, ma per il fatto che alla fine era stato presentato come un film molto più fedele al fumetto (prima di appellarsi alla furbata dei mondi paralleli dove tutto è il contrario di tutto 😉 ) ed invece mi ero ritrovata l’ennesimo film da cui avevano attinto qua e là dalla storia originale, per cui ci avevo messo su una X gigantesca. Ma sabato il mio intento era quello di essere di supporto ad un membro della famiglia che sta attraversando un momento delicato, per cui ho messo da parte i miei gusti personali e mi sono lanciata in questo film di due ore e quaranta minuti e quello che segue è il mio parere personale.

⚠!ATTENZIONE, POSSIBILI SPOILER!⚠

Trailer in italiano per chi vuole farsi un idea:

L’unica cosa che sapevo su Black Panther era che il supereroe in questione impersonava una pantera nera (molto intuibile dal nome, direi xD), che era un fumetto della Marvel e che l’attore che l’aveva interpretato fino a quel momento, Chadwick Boseman, era venuto a mancare nel 2020 a causa di un tumore incurabile a soli 43 anni.

Non sapevo altro.

Non ero interessata, per cui non mi ero minimamente informata… Pensate che neanche sapevo chi era il “cattivo” del film.

Ebbene i primi dieci minuti di film mi hanno subito spezzato il cuore, perché iniziano con il funerale di Black Panther, un omaggio più che doveroso all’attore scomparso, che non ha esitato a farmi salire le lacrime agli occhi. Mi rendo conto che questo potrebbe suonare come uno spoiler ai più, ma se siete appassionati di queste saghe, allora saprete per certo che la Marvel è solita omaggiare chi nell’arco degli anni ci lascia, come Stan Lee, per esempio.

Vi eviterò i vari sviluppi della trama, proprio perché nonostante l’avviso, non voglio comunque togliere troppo a chi il film vorrà gustarselo. Vi dico solo che a parte Namor (il cattivo storico del popolo del Wakanda) e le scene troppo buie che ho sempre odiato, il film è stato molto bello, scorrevole e per certi versi anche divertente. La colonna sonora era fantastica e perfettamente adattabile alla pellicola, gli effetti speciali spettacolari e gli interpreti molto credibili nei vari ruoli.

Ma Namor

Ragazzi, Namor proprio non ce la facevo a guardarlo!

Ora, ignoro se in qualche universo parallelo le sue origini siano state cambiate o se semplicemente in questo film le hanno dovute adattare ai fini della trama, ma lui è passato da discendente di Atlantide (in quanto mutante nato dall’unione di una donna di Atlantide con un abitante del mondo emerso) a un qualcosa di non bel definito che ricordava un po’ il popolo Maya. Questa cosa mi ha un po’ urtata, ma se si ignora il particolare dell’origine di Namor che ricordo essere stato pubblicato per la prima volta nel 1939, direi che l’insieme della trama è godibile, seppur con qualche esagerazione tipica del genere: gente che viene infilzata da parte a parte, ma non perde neanche una goccia di sangue e continua a combattere, e io penso che quando sbatto l’alluce contro lo spigolo resto piegata a sgranare il rosario per dieci minuti, ma anche questo è il bello del cinema e del mondo dei supereroi e non solo! 🤣

Come avrete potuto notare, la mia non è una recensione vera e propria, ma più un raccontare in modo ironico qualcosa che, nel bene o nel male ho apprezzato molto e che mi ha fatto venire voglia di guardare anche il primo film della saga ma, tranquilli, gli altri non mi avranno mai! xD

E con i deliri per oggi ho finito!

Alla prossima. ♥

Look back di Tatsuki Fujimoto.

Ciao a tutti, come state?

Io litigo con la sfiga, come sempre, ma spero di uscirne vincitrice, dopotutto, direi che non sa con chi ha a che fare, tsk!! 😑

Ma non parliamo di me, parliamo di cose belle!

Qualcuno conosce il mangaka Tatsuki Fujimoto?

Immagino di sì, visto il successo che sta ottenendo il suo Chainsaw Man e ancor prima, con Fire Punch, ambedue pubblicati in Italia: il primo dalla Panini comics (o Planet manga) e il secondo dalla Star Comics. Ebbene, dopo due shonen di discreto successo, non pensavo mi sarei trovata davanti un’opera di tutt’altro genere e che ammetto, mi ha commossa.

Look Back è un volume autoconclusivo di 144 pagine intrise di amicizia e passione.

Dopo aver lasciato da parte i ritmi splatter e adrenalinici delle precedenti serie, in questo volume si ritorna tra i banchi di scuola, in quegli anni dove i caratteri si formano e dove le amicizie si formano.

La storia inizia con Fujino, una bambina delle elementari molto brava nel disegnare. Il suo talento è così evidente che le sue strisce umoristiche vengono pubblicate in un giornalino scolastico e tutti la lodano per questo. Fujino è molto forte della sua bravura e i continui complimenti da parte di adulti e dei suoi compagni di classe, la fanno sentire importante e forte del suo talento, ma un bel giorno, accanto alle sue strisce, appaiono quelle di una studentessa che non ha praticamente mai frequentato scuola, perché terrorizzata all’idea di uscire dalla sua stanza, Kyomoto, le cui dote artistiche sono di un livello nettamente superiore. Questo farà vacillare la fiducia che Fujino prova per se stessa fino a quel momento e inizierà ad impegnarsi nel disegno per non essere da meno della “rivale” arrivando ad annullare quasi sé stessa.

Inizia così una sorta di competizione dove l’unica che lotta per riprendersi il suo posto nel mondo è solo Fujino. Una lotta che le farà incontrare, conoscere e diventare amiche e qui mi fermo o rischierei seriamente di fare spoiler. Ma vi consiglio vivamente di spendere quei € 5.90 e farmi un bel regalo, una piccola magia lunga un sogno, dolce e amara come la vita.

A dar manforte a questa bella e toccante storia, ci pensano i disegni del sensei Fujimoto che sono molto belli e spettacolari. Impressionanti i giochi di luce e gli scenari in cui si muovono i personaggi. L’espressività poi, è molto raffinata e azzeccata in base alla situazione che le due ragazze si ritroveranno a vivere.

Look Back di Tatsuki Fujimoto è una piccola perla da leggere e rileggere.
Edito da Star Comics. ♥

Consigliatissimo. ^_^

Moglie di una spia

Ciao a tutti, come state? Spero tutto ok.

Oggi parliamo di un manga un po’ più tosto, di quel genere nato per un pubblico maggiorenne e non dedicato al solito target adolescenziale. Dovete sapere che questa categoria di manga è conosciuta anche col nome di Seinen (fumetti indirizzati a un pubblico maschile, maggiorenne) e Moglie di una spia è tra questi.
La prima particolarità di questo manga sono gli autori, avete letto bene, autori al plurale, perché questa è una storia scritta a tre mani: Kiyoshi Kurosawa, Ryusuke Hamaguchi e Tadashi Nohara, mentre, i disegni, sono di Masasumi Kakizaki già noto agli appassionati per il manga/anime Bestiarius, Rainbow, Hideout e Green Blood, tutti editi anche in Italia da Planet manga.

La storia si svolge nei primi anni della seconda guerra mondiale, eccovi la trama presa dal web:
Yusaku Fukuhara gestisce un’azienda commerciale a Kobe, e percependo una sorta di fermento nell’aria, lascia a casa la moglie Satoko per trasferirsi in Manciuria col nipote, ed è propri lì che vede accadere qualcosa di sconvolgente. Yusaku decide di rivelare l’incidente al mondo intero ed agisce in tal senso. L’uomo viene accusato di essere un traditore, ma Satoko crede in lui e giura di rimanergli accanto, non importa quali saranno le conseguenze.

Cosa ne penso?

Sicuramente è un ottimo prodotto. Scritto bene e disegnato in modo impeccabile, la storia prende man mano forma mantenendo un ritmo scorrevole che non annoia. Qualche piccola riserva l’ho avuta sulla dimensione degli occhi, sì avete capito bene, il tratto del sensei Kakizaki è molto mangoso e, personalmente, per questo genere di storia, ci avrei visto meglio i disegni di Tsukasa Hojo o di Ryoichi Ikegami, due mangaka dalle grandi qualità grafiche e uno stile più realistico. Non nascondo che spesso gli occhioni mi hanno fatto storcere il naso, ma non escludo che la scelta di uno stile così ricercato sia stata una cosa voluta proprio per dissociarsi un minimo dalla cruda realtà rappresentata da alcune tavole. Altro particolare di rilievo sono le foto vere usate al posto dei disegni e poi adattate nelle tavole. Anche questa scelta ha i suoi pro e contro. Personalmente ammiro chi riesce nel bene o nel male a ricostruire scenari e volti da zero, anziché scannerizzare una foto e via, ma è un mio gusto personale che non toglie nulla all’opera in se.

Ottimo prodotto sia per contenuto che per qualità dei materiali, la storia è suddivisa in due volumetti venduti singolarmente al costo di € 7 cad. o racchiusi in un delizioso cofanetto al prezzo di € 13.

Edito da Planet manga, da questa serie è stato tratto anche un film per la tv dal titolo Spy no tsuma, trasmesso in anteprima alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Per chi ama i manga storici e le storie di spionaggio con una punta di drammaticità. 🙂