Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

Buongiorno a tutti, oggi si torna a parlare di libri.
Come sapete non sono una gran lettrice, ho sempre pochissimo tempo a mia disposizione e devo sempre centellinare i minuti per me e distribuirli alle mie passioni, una goccia per volta.

Ho acquistato questo romanzo mentre ero in ferie a Trieste, l’ho scelto perché parla di fatti veri, perché parla del Giappone (terra che amo), perché era qualcosa di diverso dai soliti fenomeni che ormai ci vengono propinati sui social.

Di “Venivamo tutte per mare” non ne parla nessuno. Non ho letto nulla di lui in giro né su Instagram, né su blog e Facebook. E’ arrivato a me timidamente, in punta di piedi, senza far rumore come una silenziosa dama del sol levante avvolta nel suo kimono fatto di decorazioni preziose e storia.

La sinossi presa da Amazon: “Da anni” ha dichiarato Julie Otsuka, “volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi – le cosiddette “spose in fotografia” che giunsero in America all’inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un ‘noi’ corale, di un intero gruppo di giovani spose”. Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l’esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall’autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua.

Che cosa ne penso?

Già leggendo la sinossi, si ha una idea ben distinta di quello che il lettore dovrà affrontare tra le pagine di “Venivamo tutte dal mare“. Non si tratta di una favoletta, non è un romanzetto, è storia. Una storia che probabilmente in pochi conoscono, che in molti ignorano, una storia triste come tante…
Quando si parla di spose bambine, di prostituzione minorile, di tratta di umani non si pensa mai al Giappone, così perfetto, chiuso nelle sue regole, eppure in quella nave della speranza, col suo carico di donne che vanno incontro a un futuro incerto e con l’unica certezza, la foto di un uomo che per mesi ha alimentato le loro speranze e i loro sogni attraverso delle lettere, quel volto per loro sconosciuto, è la loro unica certezza, l’unico punto fermo. Ebbene in mezzo a quelle donne giovanissime ci sono anche bambine di appena 12 anni, che non sono ancora delle donne formate, ma che sono state già inviate ai loro promessi mariti oltre oceano e che spesso e volentieri, non hanno nulla in comune con la foto che stringono al petto quando la nausea per il mar mosso le devasta.

Ci sono donne che al loro arrivo non trovano l’uomo che pensavano di trovare, giovane e forte, ma un vecchio. Una persone già consumata dalla vita e dal duro lavoro, che non vive in una villa, che non è ricco e fa la bella vita, no, la realtà che spesso si presenta a quelle ignari fanciulle è ben diversa da quella descritta nelle lettere. C’è chi si ritrova davanti un marito che potrebbe essere suo padre, chi le prende solo per metterle in un bordello, chi le violenta alla prima notte…

E’ un libro difficile, duro da raccontare. Ci sono così tante cose, tante sofferenze al suo interno che quando finisci di leggerlo ti senti spaesato: violenza, prostituzione, razzismo, schiavitù sono solo alcune di queste, ma c’è anche tanto orgoglio, quello giapponese che non si piega facilmente, che anche in terra straniera, lotta per tener vive le proprie tradizioni, che può piegare la schiena a causa del duro lavoro, ma questo non spezzerà il suo animo. Quelle di cui si parla in questo romanzo sono donne che hanno vissuto l’inferno e nonostante tutto, hanno trovato dentro di loro anche la forza di amarlo, non tutte, ma alcune sì.

Se si vuole conoscere un po’ di questa altra parte della storia, questo è un libro da leggere. Nonostante possa apparire lento e ripetitivo, nonostante la scelta dell’autrice di scriverlo con un “noi” corale che spesso stona, spiazza, fa storcere il naso… nonostante tutto, se non ci si ferma ai difetti di forma che quando una storia regge dovrebbero essere l’ultimo dei tuoi pensieri a meno che questi non ti impediscano di andare avanti con la lettura, nonostante tutto, rimane un romanzo denuncia che andrebbe letto, perché il razzismo o la violenza sessuale su minori non sono un’esclusiva di alcuni soli gruppi di etnie e paesi, perché la tratta degli umani non è una cosa individuale limitata a un solo Continente o Stato, ma è un problema che riguarda il mondo intero.

Sì, non è un libro facile e il modo in cui è scritto non aiuta, ma è comunque un romanzo che fa riflettere e che andrebbe letto col cuore e non solo con gli occhi.

Consigliato seppur con qualche riserva. ^_^

Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami

Ciao a tutti, oggi torno a parlarvi di uno dei miei autori asiatici preferiti, seppur con qualche rara eccezione, finora qualsiasi cosa abbia letto del sensei Murakami è sempre stato come fare un viaggio in un mondo fantastico, dove nulla spesso ha un senso e dove la fantasia si amalgama magistralmente con la realtà.

Kafka sulla spiaggia è un romanzo che parla di un viaggio, un percorso interiore e fisico che i protagonisti affrontano per fuggire dalla loro realtà.

Questa è la trama presa dal sito di Amazon:

Un ragazzo di quindici anni, maturo e determinato come un adulto, e un vecchio con l’ingenuità e il candore di un bambino, si allontanano dallo stesso quartiere di Tokyo diretti allo stesso luogo, Takamatsu, nel Sud del Giappone. Il ragazzo, che ha scelto come pseudonimo Kafka, è in fuga dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua profezia, che riecheggia quella di Edipo. Il vecchio, Nakata, fugge invece dalla scena di un delitto sconvolgente nel quale è stato coinvolto contro la sua volontà. Abbandonata la sua vita tranquilla e fantastica, fatta di piccole abitudini quotidiane e rallegrata da animate conversazioni con i gatti, dei quali parla e capisce la lingua, parte per il Sud. Nel corso del viaggio, Nakata scopre di essere chiamato a svolgere un compito, anche a prezzo della propria vita. Seguendo percorsi paralleli, che non tarderanno a sovrapporsi, il vecchio e il ragazzo avanzano nella nebbia dell’incomprensibile schivando numerosi ostacoli, ognuno proteso verso un obiettivo che ignora ma che rappresenterà il compimento del proprio destino. Diversi personaggi affiancano i due protagonisti: Hoshino, un giovane camionista di irresistibile simpatia; l’affascinante signora Saeki, ferma nel ricordo di un passato lontano; Òshima, l’androgino custode di una biblioteca; una splendida prostituta che fa sesso citando Hegel; e poi i gatti, che sovente rubano la scena agli umani. E infine Kafka. “Uno spirito solitario che vaga lungo la riva dell’assurdo”.

Cosa ne penso?

Beh, che amo Murakami l’ho già detto e così tante volte che sono la prima a non sopportarmi più per la mia ripetitività! 🤣 Ma posso dirvi che questo è stato il primo romanzo che mi ha sconvolta al punto da farmi venire la nausea… è una storia avvincente e a tratti inquietante e c’è una scena con i gatti che mi ha così nauseata da indurmi a prendere una pausa dalla lettura, per poi riprenderla dopo alcuni giorni. Ma non fraintendete, la scena in questione non è scritta male o altro… è solo violenta, d’impatto, per cui una cosa che mi sento di dire è: se amate morbosamente i gatti, saltate quel pezzo!!
Forse dovrei dire di evitare di leggere il romanzo, ma è così bello e intricato in perfetto Murakami style, che sarebbe un peccato privarsi di una lettura così bella per una mezza pagina di scena nauseabonda.

Ho amato i personaggi e il modo in cui sono stati descritti.

Ho adorato tantissimo il personaggio di Òshima, così forte e delicato al tempo stesso… una fragilità palpabile che mi è rimasta nel cuore.

Comprendo che la narrazione asiatica è meno dinamica e spesso lenta, ma Kafka sulla spiaggia è qualcosa in più e a fine lettura, ti resta una sensazione agrodolce nel cuore che ti accompagna per giorni e che riaffiora ogni volta che ripensi al testo.

Merita, merita tanto, ma con quella microscopica postilla per i micini, ci tengo a precisarlo, perché a me ha impressionato non poco, per cui siete avvisati. ♥

Io ho la versione cartacea con copertina rigida, quella che vedete in foto, ma so che esiste anche un’edizione più economica in copertina flessibile.

Edito da Einaudi, la prima edizione, quella nella foto, risale a maggio 2013.

Ci tengo a precisare che Murakami non è per tutti, solitamente o si odia o si ama, ma quando si ama, è per sempre! (salvo qualche eccezione hahaha, lo ammetto, alcuni suoi romanzi proprio non mi sono piaciuti, ma non è questo il caso, non per me per lo meno. ^__^)

Io lo consiglio, ma la scelta finale è vostra.

Un consiglio che posso darvi e di sfogliarlo in libreria e leggere qualche passaggio per vedere se lo stile rientra nei vostri gusti oppure, se preferite, scaricare o leggere l’estratto da Amazon così che possiate iniziare a leggere la storia e vedere se potrebbe piacervi.

Bene, anche per oggi è tutto!

Buona lettura.

Shio. ♥

Viaggio nella terra dei morti di Kashimada Maki

Ciao a tutti, come state?
Spero tutto bene. ♥
Io ho finalmente finito di leggere questo romanzo e… mah!
Ok, ultimamente sembro sempre insoddisfatta per tutto, ma…

Ci tengo a precisare che solitamente mi astengo dal dare un giudizio negativo, anzi, piuttosto sto zitta e in rarissimi casi, su questo blog ho espresso un parere contrario nei confronti di un film, un libro o un manga, ma qui… è davvero difficile lasciar perdere.

Perché?

Perché è un vero caos!

Proverò a spiegarmi, ma prima la trama:

Taichi è stato costretto a smettere di lavorare dieci anni fa e da allora lui e sua moglie Natsuko sopravvivono grazie allo stipendio part-time di quest’ultima. Natsuko, tuttavia, è una donna abituata alla sofferenza. Il fratello e la madre hanno dilapidato il patrimonio di famiglia approfittandosi di lei per anni, incapaci di accettare la loro nuova condizione sociale. Un giorno Natsuko legge l’annuncio di una spa e riconosce quello che un tempo era stato l’hotel di lusso dove il nonno aveva portato sua mamma da piccola. Nonostante i costi, decide di andarci con il marito infermo, ma il soggiorno innesca una serie di ricordi legati alla difficile storia della sua famiglia, pensieri dolorosi che rievocano alcuni fantasmi del passato ma che si rivelano infine liberatori e le permettono di riconciliarsi con Taichi.

Ispirato al classico di Jun’ichirō Tanizaki Neve sottile, Novantanove baci è il secondo racconto del libro che ritrae con uno stile toccante e poetico la vita di quattro sorelle che abitano nello shitamachi di Tōkyō. La storia, narrata da Nanako, la minore delle sorelle, è intrisa di una delicata carica erotica e presenta una vivida descrizione delle persone che abitano nel loro quartiere: pure, nobili d’animo e orgogliose.

Leggendo la trama uno penserebbe: ma come? Sembra bello, perché non ti è piaciuto?

Io leggendo la trama penso: ma che libro hanno letto quelli che hanno scritto la trama?

Allora partiamo dal presupposto che il mio sconcerto non è rivolto al primo racconto che ho trovato piacevole. La storia di Natsuko ha quella narrazione lenta tipica degli scrittori nipponici con ambientazioni e situazioni agrodolci che strizzano l’occhio a un modo di vivere e pensare tipicamente giapponese o, forse, di qualche paese del sud dell’Italia. (ho origini meridionali per cui so di cosa parlo 😉). Ma dire che il secondo racconto è, cito: “La storia, narrata da Nanako, la minore delle sorelle, è intrisa di una delicata carica erotica…”…

Stile toccante e poetico? Delicata carica erotica“?

Non voglio passare per bigotta ma per l’intero racconto sei nella testa di Nanako che per tutto il tempo ha pensieri incestuosi, violenti e depravati nei confronti delle sorelle che dice di amare in un modo così intenso da sfiorare l’incesto appunto. Io in quel racconto non ho visto nulla di delicato…, anzi, stare nella testa di questa ragazza è stato come fare un giro sulle montagne russe dopo aver preso degli acidi: mi sentivo ubriaca.

Ma tralasciando la storia che può piacere o meno, dopotutto si tratta di gusti personali e quelli non si discutono… gli errori di forma, di punteggiatura, ecc ecc fanno paura.

Si chiamava Mathilde di Yannick Roch

Ciao a tutti, dopo il lungo delirio per la pubblicazione del mio terzo romanzo, finalmente, torno a parlare dei romanzi degli altri e, più nello specifico, del secondo romanzo di Yannick Roch, autore di libri gialli e amministratore del blog “Inchiostronoir“.

Ma partiamo dalla sinossi:
Tra i melodiosi boulevard parigini negli anni Trenta, la vita della pianista prodigio Mathilde Levannier è completamente assorbita dagli spartiti, dai concerti e dalle rigide aspettative familiari fino a quando, poco prima del suo debutto nella prestigiosa Salle Gaveau, “La Fatina dalle mani d’avorio” improvvisamente scompare. Lo studio investigativo di Renard e Tortue dovrà adesso essere pronto ad affrontare, dopo la risoluzione del caso nel primo romanzo poliziesco Il Maestro dei Morti, una nuova e intricata indagine ambientata nell’affascinante e spietato mondo della musica classica.

Come vi dissi già tempo fa durante la segnalazione, in passato ho avuto il piacere e l’onore di leggere la prima opera di Roch con protagonisti i tuoi investigatori Renard e Tortue e sono felice che mi sia stata data l’opportunità di leggere anche questo seguito, dove i nostri bravi detective sono stati chiamati a risolvere un caso di scomparsa molto particolare che profuma di mistero in una Parigi dei primi del novecento.

Scheda libro:
Titolo: Si chiamava Mathilde
Autore: Yannick Roch
Genere: Giallo storico/Mistery
Casa Editrice: ‎ Les Flâneurs Edizioni
Data di pubblicazione: 20 gennaio 2022
Numero pag. edizione cartacea: 168.
Disponibile in entrambi i formati e GRATIS per gli abbonati a Kindle Unlimeted.


Impressioni personali:
A distanza dalla precedente recensione, quella per il suo primo romanzo: “Il maestro dei morti” che potete recuperare cliccando QUI, la mia esperienza col genere non si è ampliata, ma come già detto, è un mondo che non ho mai voluto approfondire più di tanto, per cui, le mie impressioni rimangono genuine ma “da non addetta ai lavori“, tuttavia saranno sicuramente più veritiere ed empatiche, ma meno tecniche.
In primis dico subito che anche questo romanzo mi è piaciuto!
E’ stato bello ritornare a Parigi al fianco di Renard e Tortue, ritrovare vecchie conoscenze e farne di nuove. Il caso inizia un po’ come il precedente, con una misteriosa scomparsa, ma si scosta completamente dalla prima opera creando intorno al nuovo “fatto”, un alone di mistero e ambiguità che solleticherà la curiosità del lettore.

Scritto anche questo in terza persona, il testo risulta scorrevole e per nulla scontato, con un delizioso approfondimento su alcuni fatti storici dell’epoca che non guasta e arricchisce ancora più la particolarità di questa storia che, secondo me, potrebbe avere anche un seguito… proprio così, leggendo il finale ho avuto la sensazione che il bravo Yannick tornerà ancora a Parigi e che in un futuro spero non troppo lontano, sentiremo ancora parlare di Renard, Tortue e Lequeuf. 😉

Ps: io ho risolto il caso prima della metà del libro, quanti di voi ci riuscirebbero?
Vi sfido a provarci! Leggete il romanzo a fatemi sapere in quanti ci sono arrivati prima dei nostri bravi detective ma, ovviamente, senza spoilerare o guai! 😉

Buona lettura e alla prossima.

Shio ♥


Mai abbastanza di Palma Caramia

L’unico modo che ci resta per sopravvivere è dimenticare. Ignorare“.

Ciao a tutti, oggi si torna a parlare di letture e, nello specifico, di poesie, anzi haiku.

Chi di voi sa cos’è un haiku?

Ve ne parlai un po’ già a proposito di un anime visto poco tempo fa, Word Bubble Up Like Soda Pop, vi ricordate? Ma vi darò comunque una piccola spiegazione, dunque l’haiku è (fonte wikipedia) un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. È composto da tre versi per complessive diciassette more (le more sono il suono fonetico che si emette pronunciando le sillabe), secondo lo schema 5/7/5.

Io non ci ho mai provato a essere sincera e non penso sia così facile come sembra, soprattutto perché è un arte nata in Giappone dove hanno un alfabeto completamente diverso dal nostro e suddiviso in sillabe. Quindi premetto che non ho le competenze necessarie per dare un giudizio tecnico sul lavoro della brava Palma, ma posso dirvi che, questa raccolta di pensieri, è riuscita a donarmi un po’ di sollievo in un momento “disastragico” della mia vita.

Ho acquistato la raccolta appena uscita, ma poi è rimasta nel mio Kindle ad attendere… Non sono una appassionata di poesie e non sapevo cosa aspettarmi né volevo dare false speranze all’autrice dicendo che l’avevo preso e poi non in grado di dare un giudizio, ebbene… dopo alcuni avvenimenti negativi, mi sentivo un po’ persa (e lo sono ancora) e, un pomeriggio, mi è tornata in mente questa raccolta. Ricordo che ho letto il titolo ad alta voce soffermandomi su quelle due, semplici parole: “Mai abbastanza” e mi sono chiesta, sì, ma di cosa? Di amare, di amarsi, di soffrire… Ho dato decine di significati diversi a quel titolo, non considerando la presentazione dell’autrice e il significato vero a cui lei alludeva, ma solo su quello che le sue parole mi avevano trasmesso in quell’istante e, animata da questi pensieri, ho iniziato la lettura.

Qualunque problema è un nuovo inizio“.

Ripeto, non sono un’esperta, non ho le basi o la presunzione per dichiarare quanto a livello tecnico siano perfette, ma posso dire cosa, alcuni di questi versi, mi hanno donato. In mezzo a una tempesta di smarrimento e dolore, alcuni di questi haiku, mi hanno suggerito un appiglio, un piccolo scoglio a cui aggrapparmi per non annegare nelle lacrime e per il quale non smetterò mai di ringraziare Palma.

A volte basta una canzone per donare un po’ di pace al nostro cuore, a volte un buon libro e, questa volta, sono state queste semplici parole che, in alcuni momenti, sembravano parlare dritte al mio cuore.

Essendo haiku, le composizioni sono molto brevi e l’intera opera si legge in pochissimo tempo, ma questo non toglie valore, intensità e impegno all’autrice e al suo lavoro.

Consigliato.

Shio ♥

Gli assalti alle panetterie di Haruki Murakami

Ciao a tutti, oggi vi parlo di uno dei miei autori nipponici preferiti che seguo ormai da più di dieci anni: Haruki Murakami.

Qualcuno di voi lo conosce o ha letto qualcosa di lui?

Il libro di cui vi parlo oggi, è un racconto brevissimo magistralmente illustrato da Igort ed edito da Einaudi.

Questa è la sinossi ufficiale:
Un gruppo di giovani male in arnese è cosi affamato da decidere di ricorrere agli estremi rimedi: rapinare una panetteria. Non per il denaro, ma per il pane. Quando arrivano però nel negozio scelto “per il colpo” hanno la prima di molte sorprese. Il panettiere non si opporrà in nessun modo all’esproprio, anzi sarà ben felice di dare loro il pane, a patto che facciano una cosa, una cosa molto semplice per lui: ascoltare un brano di Wagner… Prosegue la “serie di fuori serie” dei racconti di Murakami illustrati da artisti italiani e internazionali. Questa volta a dare forma e colore alle atmosfere del maestro giapponese è Igort, al secolo Igor Tuveri.

È imbarazzante vedere come viene praticata svelato tutto ma, in appena 59 pagine di racconto, sarebbe impossibile svelare i retroscena attraverso la trama, non credete?

Immagino penserete: allora è tutto qui, è fatta, non c’è altro… Beh…in verità, “NI“.

In appena 59 pagine, ho ritrovato la magia, il surreale e il grande talento che tanto ho amato del sensei in tutti questi anni, ed è quasi buffo che vi parli di questa opera breve con tutti i meravigliosi romanzi e le magiche storie a cui il maestro mi/ci ha abituati. Ho sempre definito il maestro Murakami come il Miyazaki della letteratura e, per me, sarà sempre così. ❤️

Il racconto si legge velocemente e, alla fine, ti lascia comunque soddisfatto. I disegni sono ben fatti e rendono giustizia al testo.

Non è uno dei suoi migliori capolavori ma, se amate il sensei, “Gli assalti alle panetterie”, non può mancare nella vostra collezione.

Consigliato.

Shio.

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon

Ciao a tutti, amici.
Oggi vi parlo della mia ultima lettura: “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon ma, prima di lasciarmi andare alle impressioni personali, vi trascrivo la trama ufficiale del romanzo:

Christopher Boone ha quindici anni e soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo. Il suo rapporto con il mondo è problematico: odia essere toccato, detesta il giallo e il marrone, si arrabbia se i mobili di casa vengono spostati, non riesce a interpretare l’espressione del viso delle persone, non sorride mai… In compenso, adora la matematica, l’astronomia e i romanzi gialli, ed è intenzionato a scriverne uno. Si, perché da quando ha scoperto il cadavere di Wellington, il cane della vicina, non riesce a darsi pace. E gettandosi nel “caso” con la stessa passione del suo eroe Sherlock Holmes, finisce per portare alla luce un mistero più profondo, che gli cambierà la vita e lo costringerà ad addentrarsi nel mondo caotico e rumoroso degli altri. Con una nuova prefazione dell’autore.

Prima di tutto, voglio premettere due cose fondamentali:
1) non sono molto esperta sull’argomento trattato, pertanto, chiedo subito scusa se, con le mie opinioni, possa in qualsiasi modo offendere chi legge questo post, vi assicuro che non è intenzionale.
2) ignoro quanto ci sia di romanzato e quanto di vero in questo testo.
Nella prefazione, lo stesso autore, parla del suo lavoro come un romanzo, per cui, potrebbe essersi preso qualche licenza poetica qua e là, ma lo ignoro per via di quanto sopra scritto: non ho approfondito l’argomento Asperger.

Ritorno a whistle stop di Fannie Flagg

Ciao a tutti, spero stiate bene, io sono sempre in modalità correttore di bozze e, di sera, ne approfitto per portarmi avanti con le letture ma devo ammettere che forse avrei fatto bene a evitare…

Non posso nascondere che questo romanzo mi abbia lasciato sentimenti così fortemente contrastanti da far male e, se in verità doveva essere una cosa positiva e bella, sì è rivelata un po’ deludente ma, come sempre, prima la sinossi:

Buddy Threadgoode è nato e cresciuto a Whistle Stop, Alabama. Da bambino, il fischio allegro dei treni che passavano per la piccola stazione ferroviaria scandiva il corso delle sue giornate. Sua madre Ruth, donna mite, misurata, e la zia Idgie, eccentrica, volitiva, passionale, erano le proprietarie del caffè della cittadina, noto nel raggio di chilometri per i suoi irresistibili pomodori verdi fritti; un punto di incontro e di ristoro sempre pronto ad accogliere tutti. Poi, col passare del tempo, Whistle Stop andò via via spopolandosi, i treni smisero di passare e il caffè chiuse una volta per tutte.
Dopo molti anni di assenza, di quel posto immerso tra i campi di granturco l’ottantaquattrenne Buddy conserva ricordi dolci e nostalgici, che condivide con sua figlia Ruthie e con chiunque abbia voglia di ascoltare le sue storie. Ed è lì, ai luoghi della sua infanzia, che decide di fare ritorno, sgattaiolando fuori dalla casa di riposo per un viaggio carico di avventure, dando il via a un susseguirsi di eventi dai risvolti imprevedibili.
Con candore e ironia, Fannie Flagg porta ancora una volta il lettore tra gli indimenticabili protagonisti e le atmosfere senza tempo di Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop.

~COSA NE PENSO~

(ATTENZIONE SPOILER)

Come molti sanno, amo profondamente il mondo di “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”. La sua storia mi ha conquistata da subito: prima grazie alla versione cinematografica che amo follemente e poi attraverso quella cartacea e, vi dirò, una delle cose a mio avviso più belle di questo storia agrodolce, era il personaggio di Evelyn Clouh, interpreta magistralmente da Kate Bates. Perché vi chiederete?

Perché lei era una di noi. Una donna con i suoi problemi, le sue ansie, insicurezze e paure. Chiunque poteva entrare in sintonia con Evelyn e gioire con lei quando, durante l’arco della storia, trova la forza di reagire e riprendere in mano la sua vita. Quello che lasciava questa storia alla fine di tutto, era un inno alla vita, alla rivalsa, un “non è mai troppo tardi per volersi bene”, poi è arrivato il seguito e io non posso non chiedermi, perché?

Perché riprendere in mano questa storia dopo più di 30 anni per fare una sorta di necrologio sui vari personaggi che o sono morti o hanno perso il proprio partner o sono ormai anziani e malandati, perché?

Perché riprendere in mano una storia dalle tinte forti e dalle sfumature intense che mostrava la crudeltà del fato e degli esseri umani, per farla diventare una specie di favoletta dove tutti sono felici fino a rasentare l’imbarazzo?

E, soprattutto, il perché più grande: perché riprendere in mano questa storia per rovinare uno dei personaggi che più ho amato al mondo: Evelyn che, in questa versione è una miliardaria col fiuto per gli affari e, dove tocca, tutto diventa oro, manco fosse re Mida! Dove la sua ricchezza è ostentata in modo imbarazzante, dove compra tutto quello che desidera e dove (e qui parte la citazione da pseudo otaku quale io sono), poco ci manca che compra anche le sfere del drago così riporta in vita Idgie e Ruth.

Ho amato ritornare in quel mondo, ma l’ho trovato così cambiato, così stravolto, da farmi male.

Il finto buonismo, la ostentata ricchezza, il paraculo generale dei vari personaggi che, il più sfigato è un medico di fama mondiale o quasi, è fastidioso. E poi, anziani che si comportano da ventenni, senza la minima difficoltà. Anche Ninni era anziana nel primo romanzo e si comportava come tale, qui, un uomo di quasi 90 anni gira il mondo in crociera!! Ovvio che nessuno vorrebbe leggere un romanzo con personaggi che soffrono di artriti, ipertensione e diabete, ma cacchio, il troppo stroppia!

E il personaggio di Idgie? Anche lei è stata così osannata da risultare irritante: la donna dei miracoli, la perfezione imperfetta del mondo. A me lei piaceva nel primo romanzo ma in questo, è troppo….troppo idealizzata.

Ah! Ci sono incongruenze tra quello scritto nel primo romanzo e questo, come se l’autrice o, chi ha scritto per lei, non si sia neanche presa la briga di rileggere il primo, per cui, anche per questo, siate avvisati. 😅

Concludendo, non posso non consigliarlo, perché un pezzo di cuore è e sarà sempre legato a Whistle stop, ma sappiate che, leggerlo, potrebbe essere a vostro rischio e pericolo.

Quando ho concluso la lettura, ho detto: “Dio, speriamo non ne realizzino un film!”, perché so già che lo guarderei e poi mi incavolerei a morte.

Per avere un continuo simile dopo così tanti anni, forse, era meglio che non l’avesse mai scritto, sono amareggiata ma, si sa, spesso i seguiti non reggono il confronto coi primi.

Consigliato? Non so, fate voi.

Shio ❤️

La casa nella prateria & Sulle rive del Plum Creek

Ciao a tutti!
Come ben sapete, ho incominciato quest’avventura letteraria iniziando a leggere la saga de “La casa nella prateria” di Laura Ingalls Wilder e, considerato che sono 8 libri, ho pensato di fare le recensioni a coppie. ^_^
Proprio ieri ho finito la lettura del secondo, lo sapete che sono molto lunga e già vi annuncio che metterò in pausa la saga per iniziare il seguito di Pomodori verdi fritti, cioè “Ritorno a Whiste Stop“.
Allora, che dire di questa saga?
Sicuramente la prima cosa che mi ha colpito è la semplicità.
E’ una serie di libri dedicata soprattutto ai bambini ma, come dice la quarta di copertina, sono consigliati dagli 11 ai 99 anni ed è vero, non c’è un limite d’età se non quello che tu, lettore, ti imponi nella tua testa.

Il primo romanzo: “La casa nella prateria“, narra le vicende della famiglia che si sposta nel Kansas fino a fermarsi a vivere nel territorio indiano, mentre nel secondo, “Sulle rive del Plum Creek“, Laura e la sua famiglia, dopo aver lasciato il territorio indiato ed essersi separati dagli amici tra cui il buon signor Edwards, arrivano in una nuova prateria andando dapprima a vivere in una casa posizionata sottoterra e, solo in un secondo momento, in quella che la serie televisiva ci ha abituato a vedere, la piccola e accogliente casa a pochi chilometri dal paese.

Sia nel primo che nel secondo libro, una delle cose che più mi ha colpito è la vita narrata da Laura. Una vita fatta di responsabilità, doveri, piena di giochi ma solo dopo aver adempiuto ai propri compiti. Un’esistenza di fatica dove anche un tempesta poteva vanificare gli sforzi di un intero anno di lavoro e poi la semplicità insita nei cuori delle persone e dei bambini in generale. Leggendo è impossibile non fare dei paragoni su quando adesso noi abbiamo, su quanto noi siamo fortunati e i nostri figli (nel mio caso parlo per quelli degli altri), siano fortunati e abbiano davvero troppo. Un esempio? Nel primo romanzo, Laura e Mary avevano una tazza in comune per bere che loro usavano a turno durante il pasto. Nel Natale descritto in quel romanzo, alle bambine viene regalata una tazza nuova di metallo a testa e loro sono le persone più felici ed emozionate sulla faccia della Terra, riconoscenti e commosse… se regali una tazza a dei bambini di adesso con un’età che va dagli 8 agli 11 anni per Natale, quale pensate che sarebbe la loro reazione? Io una mezza idea ce l’avrei! <.<

Che a quei tempi i bambini non potevano essere bambini, si sa. Erano tempi duri e tutti dovevano contribuire al benessere delle famiglia in base alle loro forze: grandi e piccini. Così non era strano che le bambine accudissero gli animali, o assistevano il padre mentre scuoiava una povera bestiola o, ancora, provvedessero al fratellino o alla sorellina più piccola come se non meglio di una madre. Erano sicuramente altri tempi, tutto era diverso, la vita lo era, tuttavia sono cose che mi colpiscono davvero tanto e mi danno molto da pensare. Adesso ci sono persone che non riescono neanche a cuocere un uovo sodo a trent’anni, mentre una volta, a dieci, sapevano già come mungere una mucca, impastare il pane o cosa era meglio fare in caso di un’inondazione o un incendio.

In questi due romanzi, la famiglia Ingalls ne passerà tante: animali selvatici, indiani ostili, piena dei fiumi, bufere di neve e l’avvento di uno sciame di cavallette così grande da mettere in ginocchio l’economia e il futuro degli abitanti dell’intero paese.

Come detto, il primo romanzo si conclude con la famiglia costretta a rimettersi in viaggio dopo essere stati nel territorio indiano, mentre il secondo e già più un momento di giubilo: la tempesta di neve aveva bloccato le donne della famiglia in casa mentre il padre era disperso fuori da qualche parte poi, finalmente il ricongiungimento e ora? Cos’accadrà nel terzo?

Già in questo secondo romanzo, facciamo la conoscenza di alcuni personaggi iconici che sono poi stati interpretati nella serie tv come, a esempio, la famiglia Oleson, con la terribile Nellie.

Alcuni personaggi, differenziano esteticamente dalla loro versione nella serie tv, come il reverendo Alden o lo stesso Charles Ingalls che in verità ha una barba molto lunga e gli occhi azzurri mentre è risaputo che il povero Michael Landon, aveva gli occhi verdi ed era completamente rasato.

Bene, appena andrò avanti, vi parlerò anche degli altri, ovviamente, con le mie lunghissime tempistiche, ma… abbiate fede!

DATI TECNICI:

L’intera saga è composta da 8 libri di cui attualmente, la casa editrice Gallucci ha pubblicato i primi 7.
Il prezzo varia tra le € 9.90 e le 13.50.
Disponibile in tutte le librerie e nei negozi online dov’è possibile acquistarlo anche in versione ebook.

Alla prossima.

Shio. ❤

Il maestro dei morti di Yannick Roch


Ciao a tutti, amici e buon lunedì!
Oggi vi parlo di un romanzo che esce un po’ dai miei soliti canoni.
Più o meno a metà febbraio, sono stata contattata dall’autore che mi ha proposto il suo romanzo per una recensione. Come ben sapete, difficilmente faccio recensioni su richiesta, perché ho tempistiche molto lunghe e, quando leggo, preferisco farlo puntando su titoli che desideravo davvero approfondire e non su altri che mi vengono chiesti/imposti, ma Yannick non solo è stato di un’educato disarmante e ha accettato di invecchiare a causa dei miei tempi lunghi, ma ha due caratteristiche che mi hanno fatto subito tentennare verso un sì: è francese e il suo romanzo è ambientato a Parigi, città che amo.
Con queste premesse un po’, se vogliamo dire, infantili. Sono entrata nel mondo degli investigatori Renard e Tortue in una misteriosa Parigi del 1933, ma prima, la sinossi:
Settembre 1933. Mentre nell’alta borghesia della Ville Lumière esplode la moda degli spettacoli di magia dell’enigmatico Monsieur Larnac, la scomparsa improvvisa di madame Géraldine getta la famiglia Lathune nella disperazione. La polizia annaspa, finché l’intervento di due investigatori privati – lo stravagante Renard e il più posato Tortue – non riesce a districare la fitta trama tessuta dalle menti criminali che si nascondo dietro le facciate maestose dei palazzi parigini. Fra cervellotiche sciarade e incursioni nell’occultismo, Il Maestro dei morti offre al lettore il gusto classico del romanzo poliziesco e una riflessione sulle inquietudini che si annidano nell’animo umano.

Dati:
Titolo: Il maestro dei morti
Autore: Yannick Roch
Genere: Giallo storico/Mistery
Edito: Les Flâneurs Edizioni 
Data di pubblicazione: 25 agosto 2019
Numero pagine: 118

Impressioni personali:
Come già detto su, non è un genere di romanzo che solitamente cerco. Non sono mai stata molto attratta da gialli o romanzi polizieschi e, anche se in passato qualcosina ho letto, come ad esempio Sherlock Holmes (restando nel genere gialli storici), sostanzialmente negli ultimi anni, ho letto molti autori asiatici, pochissimi italiani e qualcosina di americano. Questa mia piccola mancanza non mi permette di avere un termine di paragone ma posso dirvi fin da subito che la storia mi ha preso.
Si parte da un’indagine su una misteriosa scomparsa di una nobildonna dell’alta società. Agli inizi si ipotizza addirittura una scomparsa volontaria ma poi, attraverso indagini, enigmi e metodi a volte ai limite della legge, si scoperchierà un vaso di Pandora che ingoierà l’intera borghesia francese facendola tremare fin nelle fondamenta.

La storia è avvincente. I due detective sono così naturali nei loro atteggiamenti che, in più occasioni, ho avuto l’impressione di essere seduta con loro nello studio a sorseggiare un tè o a scrutare la mappa cittadina alla ricerca di indizi.
Molto intricante l’enigma che porta alla soluzione del caso e i rapporti personali tra i vari componenti.
Adorabili e dovute sono anche le note a bordo pagina per chi non conosce Parigi e, soprattutto, i costumi e le usanze della città negli anni 30.
Il romanzo è scritto in terza persona, la narrazione è scorrevole e solo in pochissimi passaggi, si perde il “punto di vista” del narratore che, però non toglie pathos e significato a un libro che vale sicuramente la pena di leggere, sia per le atmosfere, sia per la storia intricata e avvincente. Yannick, con la sua narrazione è riuscito a portarmi davvero indietro nel tempo, avete presente quando guardate una serie storica e gli atteggiamenti, i modi di fare, tutto ti fa rivivere quel determinato periodo? Ecco, questo avviene anche nel romanzo di Yannick Roch: “Il maestro dei morti“. Soprattutto quando racconta delle strade di Parigi o in quelle scene in cui i due investigatori si trovano soli nel loro studio a consultarsi, è come entrare in una piccola capsula del tempo e apparire accanto a loro, in una Parigi umida e cupa del 1933.

Consigliato.

PS: potete trovare il romanzo online su tutti gli app store, fateci un pensierino. 😉

Shio ❤