Eden: Capitolo 4 (prima parte)

Indice

Le case in legno colorate dai colori più improbabili e sgargianti, i profumi che riempivano le vie del paese e la gente visibilmente allegra; in quel villaggio non c’era traccia di smog, stress e fermento a cui Lily era abituata; non vi erano neanche macchine, bus o biciclette. La gente sembrava muoversi tutta a pieni o magari utilizzando mezzi consoni al loro stravagante mondo.

Camminava con passo lento ed insicuro, i vestiti erano sporchi e lacerati, il viso stanco e l’andatura claudicante sembrava attirare molto l’attenzione degli abitanti del posto che, dopo un primo sguardo, si rinchiudevano in circolo per borbottare e commentare animatamente. Aveva trascinato con se dalla collina il corpo ferito di Amel ma, nonostante fosse visibilmente in difficoltà, nessuno sembrava disposto a fare qualcosa per venirle incontro.
“Aiuto…” mormorò timorosa, “vi prego, aiutatemi…” continuò con voce rotta dall’emozione, ma nessuno le si avvicinò, anzi erano pronti ad indietreggiare se solo lei provava a fare alcuni passi nella loro direzione.
“Ehi, no! Non scappate, vi prego!” scattò disperata. Le sembrava di vivere in un incubo, più si sforzava di chiedere aiuto di reagire, può trovava porte sbarrate sul suo cammino. Come poteva fare? Amel aveva bisogno di cure, lei stessa aveva bisogno di riprendere fiato da quella situazione così assurda quanto opprimente, eppure davanti a lei c’era solo un popolo di omertosi che si limitavano a bisbigliare alle spalle senza muovere un solo dito. Un fremito di rabbia le montò dallo stomaco fino alla testa, non sopportava più quella situazione! Aveva la testa piena di pensieri e priorità che facevano a pugni tra di loro per chi doveva prendere il primo posto nella sua mente, aveva il corpo dolorante, la sensazione di sporco…il sangue secco che le si era appiccicato addosso, tutto le si stava trasformando in nervosa rabbia repressa. Comprendeva che la gente potesse in qualche modo essere spaventata da lei e dal suo aspetto, ma Amel era uno di loro! Perché? Proprio non riusciva a farsene una ragione. Ingoiò la rabbia con le lacrime che le erano salite agli occhi,  strinse i denti e si sistemò meglio il corpo del ragazzo sulle spalle, per quanto fosse più alto e muscoloso, era stranamente leggero o forse era merito dell’adrenalina che la sosteneva? . Sbuffò come se volesse rimproverarsi per un pensiero così frivolo: “Non ci siamo Lily!” si disse sottovoce, “se ora parli e ti fai i monologhi da sola è finita! Per prima cosa cerchiamo dell’acqua per pulire la ferita, si…mi serve dell’acqua!” concluse facendo alcuni passi guardandosi intorno. Strade, case, negozi, ovunque posasse lo sguardo, non c’era nulla di famigliare. Le insegne erano scritte in una lingua per lei incomprensibile, lo stesso brusio provocato dalle persone intorno le arrivava come un fastidioso suono dal significato misterioso. Zoppicò fino ad una fontana situata al centro di una piazza quadrata, fece accomodare Amel ai piedi della vasca, si strappò un lembo della gonna della divisa e la bagnò nell’acqua limpida.
“Ehi, che stai facendo?”.
Lily  si voltò con espressione mista tra spavento ed incredulità, finalmente qualcuno l’aveva notata, qualcuno che parlava la sua lingua, ma il tono con cui le si era rivolta, indicava chiaramente che aveva fatto qualcosa di sbagliato. Le ci volle qualche istante per mettere ben a fuoco la persona che le aveva rivolto la parola. -Un ragazzino?- Pensò delusa. Un infante dall’apparente età di 12/13 anni, col viso rotondo, i capelli arruffati color carta da zucchero ed occhi azzurri come il cielo d’estate, la fissava con lo sguardo severo di chi scopre un ladro con ancora le mani nel sacco e la cosa non fece che aumentare la rabbia ed il disagio interiore di Lily già al limite.
“Nessuno ti ha detto che questa acqua non va toccata?” riprese il ragazzino sempre più accigliato, “vedi forse qualcuno vicino a questa vasca? Qualcuno con dei recipienti o che la sporca col proprio corpo come stai facendo tu? Ti rendi conto di che peccato ti sei macchiata, stupida?”. Lily rimase a fissarlo con la bocca semiaperta, non riusciva a credere alle sue orecchie, l’unico essere vivente che le aveva rivolto la parola, l’aveva fatto per ammonirla pesantemente per un qualcosa che neanche lei riusciva ben a capire. Continuava a fissare l’insolito colore dei capelli del suo interlocutore, davvero esistevano persone con un colore così? Non sembravano tinti, non potevano esserlo perché ogni ciocca, ogni roccolo, aveva una sfumatura diversa a volte più chiara ed a volte più scura; erano bellissimi. “Tu parli la mia lingua?” sussurrò con voce flebile.

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7 pensieri su “Eden: Capitolo 4 (prima parte)

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