Eden – capitolo 3 (terza parte)

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<<Sospirò passandosi una mano tra i capelli, aveva bisogno di una pausa, sentiva il bisogno viscerale di rintanarsi da qualche parte per rimettere in ordine le idee, ma soprattutto, aveva bisogno del giusto tempo per metabolizzare la morte di sua sorella, della sua dolce preziosa metà>>.

“So che sei molto confuso” incominciò a dire Lir svolazzando verso il fratello, “ma ora dobbiamo pensare a Nir e Drena” concluse spostando una ciocca di capelli dalla fronte dell’elfo profondamente addormentato.
“Che cosa gli è successo? Perché è tornato piccolo?” chiese Keith accorrendo.
“Non ora, dobbiamo prima trovare una locanda. Ai piedi di questa collina c’è un villaggio di contadini, andiamo li così possiamo riposarci e parlare con calma” tagliò corto la piccina.
“Ma…” ribatté il ragazzo sempre più perplesso.
“Non ci senti?” sbraitò Drena alle sue spalle, percosse alcuni passi e si chinò a raccogliere Nir nei palmi delle mani, “prima troviamo un posto tranquillo e poi risponderemo a tutte le tue domande” concluse avviandosi con passo affaticato.
“Aspetta, tutto bene? Non sei ferita, vero?” accorse il giovane posandole una mano sulla spalla, ma la donna lo scostò violentemente: “Non toccarmi!” esclamò ed una luce sinistra le brillò negli occhi, Keith indietreggiò istintivamente di un paio di passi spostando lo sguardo dalle spalle di Drena a Lir che la seguiva a pochi centimetri di distanza. Aveva nitidamente percepito il pericolo e fu sopraffatto dall’ansia. Non era la prima volta che Drena si mostrava riluttante o aggressiva, ma questa volta era diverso. Continuò a seguire le due donne a debita distanza, aveva dei ricordi molto confusi su quanto era accaduto poco prima nel bosco, ma di una cosa era più che cerco: Drena non era li! Come aveva fatto a raggiungerli? In che modo? E poi cose le era successo? Era evidente che fosse ferita o comunque sofferenza visto che zoppicava vistosamente. Come sempre aveva troppe domande che gli frullavano in testa e nessuna risposta. Non faceva altro che restare vittima delle situazioni che man mano gli si paravano davanti senza aver voce in capitolo ne, tanto meno, avere la possibilità di reagire come meglio riteneva. Tutta quella situazione iniziava a stargli stretta, ma in quel momento non poteva far altro che fidarsi di quelle persone che comunque coi fatti gli avevano dimostrato di non avere cattive intenzioni nei suoi confronti, per cui non aveva altra scelta che provarsi a fidare e seguirli continuando a mantenere un minimo di distanza.

*****
“Ehi non sarai mica già morto!” mormorò Vermell prendendo a calci il piede di Ruh che era rimasto privo di sensi ai piedi dell’albero. Il giovane strinse i denti agrottando la fronte.
“Ver smettila, è ferito non vedi?” si intromise Swarth inginocchiandosi accanto al corpo del suo compagno per prestargli le dovute cure.
“Sicuro di volerlo fare? Guarda che questo tizio non è tipo di ringraziare, ti pugnalerà alle spalle alla prima occasione” commentò il giovane della fiamma. Non si fidava dell’uomo dei sogni, sapeva che era un tizio da cui bisognava guardarsi le spalle, ma Swarth era un bonaccione, per lui erano tutti compagni ed andavano aiutati nel momento del bisogno.
“Perché siete qui?” chiese Ruh in una smorfia di dolore, “siete venuti a ridere di me e del mio fallimento?”.
‘Non confonderci con te, idiota!” ribatté Vermell digrignando i denti.
“Buoni voi due! Ecco, ora dovresti essere in grado di alzarti” mormorò Swarth rimettendosi in piedi. Ruh lo guardò accigliato, qualsiasi cosa gli avesse fatto l’uomo in nero, aveva sortito il giusto effetto ed il dolore al fianco era svanito. Con una mano, fece leva sul tronco d’albero per tirarsi sulle gambe che avevano smesso di formicolare.
“Cosa mi hai fatto?” chiese.
“É una magia che si tramandava nel mio clan diversi secoli fa, attraverso la propria energia vitale si riesce a produrre un potere rigenerante, ma può essere usato solo su ferite leggere”spiegò l’uomo con la sua solita aria impassibile.
Ruh fece schioccare la lingua visibilmente irritato: non voleva conti in sospeso con quei due, il sol pensarlo gli dava il voltastomaco.
“MARCISCI!” ordinò sfiorando il tronco dell’albero contro cui si era schiantato ed esso iniziò a perdere le foglie una dopo l’altra, la sua corteccia assunse un colorito più scuro, finché il tronco non si spezzò esattamente nel punto in cui l’uomo dei sogni l’aveva sfiorato ed esso rovinò a terra in un tonfo sordo alzando un’enorme nuvola di polvere.
“Un pessimo modo per usare i tuoi poteri” commentò Vermell guardando il tronco ormai completamente marcio.
“Vuoi che lo usi su di te?” sfidò Ruh con sguardo cupo. Il giovane della fiamma stava per rispondergli a tono, ma Swarth gli si frappose dinnanzi bloccandolo con un braccio. I tre rimasero in silenzio, ma gli occhi con cui l’uomo in nero stava fissando l’uomo dei sogni, lo fece rabbrividire.
“Ho capito, per stavolta lascio perdere, ma tieni a freno la lingua del tuo compagno o la prossima volta non avrò pietà” tuonò Ruh andandosene. Swarth lo segui con lo sguardo, non sapeva cosa pensare ed in parte non comprendeva neanche se stesso ed il perché del suo gesto, volse lo sguardo verso Vermell: “Dovresti evitare di provocarlo a quel modo” disse con voce inespressiva.
“Pensa agli affari tuoi, bestione!” ribatté il più basso dei due dandogli un pugno in mezzo alle scapole. Swarth rimase in silenzio per nulla turbato ne da ciò che Vermell gli aveva detto, ne tantomeno dal colpo che gli aveva inferto; essendo quest’ultimo poco più di una carezza.
“Scusa” mormorò infine l’uomo della fiamma incamminandosi, poi prese dalla tasca una pietra opaca dai riflessi cerulei: “Vieni, il segnale é qui vicino, oltre la foresta c’é puzza di umani!”. Swarth annuì incamminandosi a sua volta.

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3 pensieri su “Eden – capitolo 3 (terza parte)

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