LITTLE SECRET – cap. 7 –

Dove eravamo rimasti:

Karl e Sara si rifugiano in un container collocato all’interno di un cantiere edile, li alcuni frammenti del passato di Karl vengono alla luce ed i due hanno una forte discussione. Adirata e sconvolta, Sara fugge sotto la pioggia battente in contrasto con i suoi sentimenti e le sue emozioni.

La pioggia continuava a tempestare le strade della città. Attraverso i vicoli a lei sconosciuti, Sara correva a perdifiato reggendosi la mano dolente e scossa da un’ira incontrollabile verso se stessa. “Stupida! Stupida! Ma cosa ho fatto? Cosa?” continuava a ripetersi. Aveva avuto un crollo emotivo ed aveva scaricato la sua frustrazione sul padre che, nonostante tutto, stava cercando di esserle amico.  Sapeva che prima o poi sarebbe successo, ma non era certo quello il momento per farlo. Suo padre non aveva detto di amara Thyra più di sua madre, ma lei ha voluto convincersi di quel che le faceva più comodo. Forse, inconsciamente, era arrabbiata con lui per averla coinvolta in una situazione così pericolosa, ma in cuor suo, comprendeva benissimo di essere in balia di pensieri contrastanti, ma non riusciva più a dare un freno alle sue emozioni.

“Sara” si sentì chiamare. Si voltò e vide suo padre fermo a due passi da lei con aria impassibile.

“Lasciami in pace!” gli urlò dandogli le spalle ed iniziando a correre nella direzione opposta, ma Karl le apparve nuovamente davanti al viso. “Come posso lasciarti stare? Fammi vedere quella mano” mormorò allargando istintivamente le braccia per accoglierla, ma lei si voltò dall’altra parte e riprese a correre.

“Non andartene” mormorò apparendo di nuovo dinnanzi a lei.

“La smetti di fare il vampiro con me?” urlò Sara dandogli uno spintone, ma come era facilmente prevedibile, il padre non si mosse di un millimetro, mentre lei finì seduta per terra per il contraccolpo.

“Io sono un vampiro” le sorrise Karl porgendole la mano per aiutarla a rialzarsi. Sara non riusciva a capire dove tirava fuori tutta quella forza e quella pazienza, gli aveva detto cose orribili, l’aveva aggredito fisicamente, l’aveva trattato male eppure, non smetteva mai di essere gentile ed amabile. Si vergognava profondamente per come si era comportata, non avrebbe voluto esplodere in quel modo e, soprattutto,  non avrebbe voluto trattare così duramente suo padre che, nelle ultime 24 ore, aveva messo in pericolo la propria esistenza pur di salvarla. Lui non si meritava un simile comportamento.

“Perché?” si lasciò scappare col capo chino, “perché sei sempre così dolce e gentile con me?” mormorò Sara. Avrebbe voluto piangere dalla rabbia e dalla frustrazione, la mano le faceva male, era fradicia di pioggia ed infreddolita, tutte cose che il padre sembrava non patire minimamente.

“Me lo stai chiedendo sul serio?” chiese stupito. Allungò la mano, prendendo quella della figlia e la tirò delicatamente a se con una tale leggerezza che sembrava stesse sollevando un foglio di carta. “Perché sei mia figlia e darei la vita per te, ecco perché” sussurrò con voce calda.

“Sei ingiusto” singhiozzò la giovane abbracciandolo a sua volta, “se mi parli così, è ovvio che poi piango e, se piango, poi tu mi prendi in giro” concluse nascondendo il viso tra il petto e la spalla dell’uomo. Karl sorrise accarezzandole i capelli bagnati: “Non preoccuparti tesoro, stavolta non lo farò” concluse incamminandosi con la ragazza tra le braccia. Rimasero per molti minuti in silenzio, solo il rumore della pioggia a farli da sottofondo sonoro. Sara era esausta e si faceva portare dal padre nonostante l’enorme imbarazzo che provava a stare in quella posizione, ma la rincuorava il fatto che fossero in una città dove nessuno la conosceva. Se qualcuno dei suoi compagni di classe l’avesse vista in quel momento, l’avrebbero di sicuro presa in giro a vita, considerato che a scuola di solito non esitavano a prenderla spesso in giro per il suo morboso attaccamento al padre, una scena del genere, l’avrebbe condannata per sempre. Si fece scappare un sorriso, posò il capo sul petto del padre e si addormentò.

Una leggera nebbia rendeva la visuale di Sara leggermente offuscata, non capiva bene cosa stesse succedendo, ma aveva la sensazione di trovarsi in un luogo a lei famigliare. Era ai piedi di una scalinata in marmo molto ampia, ai lati un passamano in legno decorato con raffinati  intarsi. In cima s’intravedeva un piccolo corridoio spoglio con alcune colonne in marmo nero  che si alternavano a pareti di tappezzeria di svariati colori. La ragazza fissò il posto a bocca aperta, tanto era lo stupore che provava in quel momento, dava l’idea di quelle ville che si vedono nei film vittoriani. Con passo indeciso iniziò a salire i gradini uno ad uno, il cuore le batteva forte, quel luogo riusciva ad emozionarla, ma ignorava il perché. Raggiunse la cima delle scale, si guardò nuovamente intorno e vide che da entrambi i lati si estendeva un lungo corridoio di cui non riusciva a vederne la fine. Si stropicciò gli occhi incredula con la speranza di far svanire quel fastidioso effetto ovattato che non le permetteva di mettere bene a fuoco, ma non servì a nulla.

Finalmente sei qui!” sentì improvvisamente, si voltò verso la voce e vide due sagome confuse messe una dinnanzi all’altra. Per quanto fosse vicina, non riusciva a capire neanche se si trattasse di un uomo ed una donna, di due uomini o di due donne. Eppure quel tono di voce non le era del tutto sconosciuto, l’aveva già sentito da qualche parte.

Ho atteso per anni questo momento ed ora finalmente potremo di nuovo stare insieme!”. Sara socchiuse gli occhi cercando di mettere a fuoco, ma niente da fare, era completamente inutile, decise quindi d’incamminarsi verso quelle voci, ma più lei avanzava, più quelle sagome sembravano allontanarsi. Presa dal panico iniziò a correre, ora una delle due sagome aveva afferrato con forza l’altra, sembrava volesse farle del male, sentiva degli urli laceranti ed urlò anche lei d’istinto: “Noooooooooooooo!!”.

Spalancò gli occhi svegliandosi di soprassalto. Aveva il corpo ricoperto di sudore ed il fiato corto. Non riusciva bene a mettere a fuoco il sogno che aveva appena fatto, ma la sensazione opprimente, l’ansia che aveva provato nel momento in cui aveva sentito le urla dell’ombra l’aveva scossa. Si guardò intorno e si accorse subito di non essere nel vecchio e freddo container, il letto era morbido e caldo e le lenzuola profumavano di pulito. Quadri con vari paesaggi ritratti adornavano le pareti, poi una scrivania con una sedia, un armadio a muro e tendine a fiori alle finestre. Si alzò diretta verso quest’ultima, scostò di poco le tende quel tanto che bastava per vedere fuori, il sole era già alto in cielo e l’acquazzone, se non fosse stato per l’enormi pozzanghere nel parcheggio che s’intravedeva da li, sembrava non esserci mai stato.

“Papà?” chiamò.

“Sono qui, piccola” le sussurrò avvicinandosi alle spalle della ragazza che saltò letteralmente dallo spavento. “Ma perché non fai rumore? Da dove spunti?” scattò portandosi una mano al petto. Lui rise: Ero sempre accanto a te, non hai percepito la mia presenza, ma sono rimasto seduto a terra accanto al letto per tutta la notte, ti ho vegliata mentre dormivi e ti ho seguita mentre, ancora addormentata, ti se affacciata alla finestra”.

“Stai diventando peggio di uno stalker, sei inquietante” brontolò lei fingendosi indignata.

“Ecco a te, immagino ti vorrai lavare e cambiare questi sporchi vestiti, quindi sono andato a procurarmi qualcosa da farti indossare” sorrise il padre porgendole una busta di nylon con all’interno tutto l’occorrente. Sara guardò il sacchetto con occhi lucidi, non avrebbe mai sperato di potersi fare una doccia calda e mettere qualcosa di fresco e pulito addossa.

“Sei un tesoro, papà!” sorrise stringendo al petto la busta, sfiorò la guancia del padre con un bacio poi, allegra,  si avviò verso la stanza da bagno.

Lasciato il motel, s’incamminarono alla ricerca di una caffetteria, per assicurare a Sara una colazione degna di quel nome, aveva perso molto sangue la sera precedente e dovevano ripristinarlo al meglio. Anche Karl si era cambiato, non indossava più jeans e maglione slabbrato con cui aveva lasciato il suo appartamento, ma nuovi jeans, questa volta scuri, con una maglia di cotone misto lana di color porpora con bordature bianche che lo segnava sul petto ed alla vita, rivelando le forme di un fisico molto scolpito in contrasto con l’aria trasandata con cui di solito si presentava agli altri. Sara aveva cambiato i jeans con un paio di leggins neri, una minigonna che le svolazzava allegramente a metà coscia ed una maglia morbida col cappuccio. I capelli li aveva raccolti a coda di cavallo alta mentre ai piedi calzava degli stivaletti modello anfibi.

Attraversarono con passo sostenuto le vie deserte della cittadina, sembrava uno di quei paesi di provincia dove gli abitanti si conoscevano uno per uno da generazione e tutti sanno sempre tutto. In un posto del genere, due stranieri non sarebbero certo passati inosservati, questo era chiaro, ma i due non se ne curavano, finché tra i curiosi non avrebbero visto due occhi color rubino scintillante che li fissavano, potevano star tranquilli. Entrarono in una tavola calda, Sara ordinò dei pancake, dei mini muffin e del succo d’arancia, mentre Karl si limitò a prendere un caffè.

“Secondo te dove siamo?” chiese la ragazza addentando un muffin.

“Non saprei, da qualche parte a nord direi”. Lei lo guardò con le guance gonfie dal boccone che si era fermato a metà della masticazione. “Non…lo…sai?” sorrise mettendosi una mano sulla bocca cercando di non strozzarsi.

Lui non rispose, ma guardò con aria assente fuori dalla finestra. In verità sapeva benissimo dove si trovavano, nel luogo in cui aveva vissuto con Rhith gli ultimi anni di vita coniugale, ma non aveva intenzione di dire nulla, non voleva essere di nuovo tempestato di domande. Ora l’importante era cercare di stare lontano dai guai e quella cittadina era, con molta probabilità, l’ultimo posto dove Craulad avrebbe cercato o così sperava.

“Paikka alussa?” mormorò Sara con voce titubante, “in che razza di continente sarebbe?” chiese con una smorfia, lui trasalì fissando la giovane che aveva letto il nome del posto in un cartellone a pochi metri da dove si erano accomodati.

“Quindi lo sapevi già?” sorrise.

“Affatto, l’ho appena letto. Comunque il nome è davvero strano e buffo, non sembra proprio il nome di una città” rise lei.

“Difatti non lo è” sorrise nuovamente l’uomo sorseggiando il suo caffè, “…è un paesino di pochi abitanti o almeno, una volta era così”.

“Quindi ci sei già stato, papà?” strabuzzò gli occhi Sara.

“Beh…” tergiversò Karl perplesso, conosceva la strana luce che emanavano in quel momento gli occhi della figlia, era assetata di notizie e se le avesse dato corda, con molta probabilità, sarebbero andati avanti per ora con il giochino delle domande e delle risposte.  Posò sul tavolo la tazza ormai vuota, lo sguardo fisso sulla tazza, mentre la mente iniziò nuovamente a vagare nei meandri più oscuri della memoria.

“Karl, hai visto la mia borsa?”.

“E’ qui sul tavolo della cucina, Rhith” sorrise l’uomo mentre asciugava le stoviglie della colazione.

“Accidenti! A volte mi chiedo proprio dove ho la testa!” esclamò la donna sorridente, “dovrebbero farti santo per sopportare una moglie sbadata e disordinata come me” continuò baciando l’uomo. Lui le cinse la vita con entrambe le braccia: “non ho bisogno di diventare santo, qui ho tutto ciò che desidero, il mio paradiso è proprio qui, tra le mie braccia” sorrise ricambiando il bacio.

Lei si scostò di un passo: “davvero? Per colpa mia sei stato costretto a trasferirti in questa cittadina dimenticata da Dio, tu che eri abituato alle grandi città…” sospirò. Karl le posò due dita sulle morbide labbra color ciliegia: “non essere sciocca! Lo smog delle grandi città ti faceva stare male e tra il vederti soffrire e vivere in una posto del genere, preferisco di gran lunga la seconda cosa. E poi qui si respira aria pura, non ci sono tante macchine e la nostra Sara vive in un ambiente sano, che cosa potrei desiderare di più?” rise.

Rhith gli accarezzò il viso con entrambe le mani: “sono felice. Tu sei stato il l’unico a capire quale fosse il mio problema di salute, sei stato l’unico a starmi accanto prima come un dottore con il suo paziente, poi come un amico ed infine come il più bravo dei mariti. Non rimpiango nulla del mio passato ed anche se la mia vita è destinata a finire presto a causa di questa strana malattia, sono felice di poter vivere quel poco tempo che mi resta con te. Ti amo Karl, ti amo tantissimo”. Lui le sorrise, poi la strinse nuovamente a se con delicatezza: “io starò con te fino alla fine, per sempre” le sussurrò all’orecchio. Rhith annuì tra le lacrime e si strinse sempre più contro il petto del marito.

“Papà? Papà mi senti?” lo strattonò Sara.

“Si? Dimmi tesoro” sorrise.

“Sembravi su un altro pianeta, sai?” rise, “Possiamo andare? Anche se piccina, mi sembra un bel posto, mi piacerebbe visitarlo, ti va?” chiese. “So che non dovremo farci vedere tanto in giro, che quel maledetto di Craulad ci sta dando la caccia, ma non possiamo fare una vita da reclusi non trovi?”.

“Hai ragione” sorrise l’uomo, “e poi non credo ci attaccherà in pieno giorno, quindi possiamo stare tranquilli per qualche ora”.

“Ma percepisci la sua presenza?” scattò Sara visibilmente turbata. Lui le accarezzò il capo, “no, non ti preoccupare, è tutto ok” concluse ed insieme uscirono dalla caffetteria.

All’esterno della struttura si estendeva un lungo viale alberato pieno dei colori tipici dell’autunno, sembrava che in quel paese le stagioni avevano ancora un senso, l’aria era fresca, il cielo coperto a sprazzi ed il terreno ricoperto di un tappeto di foglie secche dai svariati colori. Sara passeggiava allegramente, era attratta da quel posto, emozionata per ogni minimo dettaglio: una casa, un vaso, una foglia appesa ad un ramo, qualsiasi cose le sembrava nuova ed emozionante. Karl la seguiva pazientemente alcuni passi dietro di lei gustandosi ogni cambio d’espressione della figlia. La terribile avventura del giorno prima, sembrava un lontano ricordo, quel posto era servito al suo intento. Voleva donare a Sara un po’ di tranquillità, darle un posto in cui stare, in cui potesse sentirsi al sicuro per poi andare da Craulad e porre fine a tutta quella storia che ormai durava da anni.

“Non ci posso credere, dottor Saiklis è lei?” si sentirono dire, Karl si voltò titubante e si ritrovo dinnanzi un’anziana donna sui settant’anni ricurva sul suo bastone da passeggio. Non sapeva come rispondere a quell’osservazione e rimase in silenzio a fissarla.

“Papà, chi è questa signora? La conosci?” s’incuriosì Sara affiancandolo.

“Io…” mormorò Karl, quando l’anziana riprese a parlare: “oh, cielo! Chiedo scusa, ma la mia memoria inizia a far cilecca! Non può essere il dottor Saiklis, lui morì nell’incendio della sua casa con sua moglie tanti anni fa” fece una pausa pensierosa, “di sicuro gli somiglia molto, ma se anche fosse sopravvissuto a quel triste incidente, dovrebbe aver superato di quaranta ed invece lei è un bel giovanotto però, mi chiedevo, non è che per caso è un suo lontano parente?” chiese la donna scrutandolo dal basso del suo metro e cinquanta.

“No, mi spiace. Non conosco nessun dottor Saiklis” si scusò Karl prendendo Sara per la mano, come ad indicarle che non doveva dire nulla a riguardo, lei lo fissò con aria perplessa e lui capì che le spiegazioni che riguardavano il suo passato erano aumentate.

“Capisco, le chiedo scusa se l’ho disturbata” annuì l’anziana, “buona passeggiata, eh!” sorrise mostrando una dentatura con molti spazi vuoti, i due le sorrisero annuendo e rimasero ad osservare la donna allontanarsi con passo incerto. Appena furono nuovamente soli, Sara lasciò la mano del padre e riprese la sua passeggiata senza far domande anche se, dentro di se, iniziava a farsi un’idea vaga della situazione. “Quella donna aveva detto che conosceva un dottore di nome Saiklis che viveva in quel paese anni fa e che, guarda caso, assomigliava in modo impressionante a suo padre. Una strana coincidenza? No, c’era dell’altro, altrimenti il padre non l’avrebbe invitata a taceva guardandola in quel modo. Forse non voleva coinvolgere quella signora in tutta quella situazione, ma che cosa avrebbe mai potuto fare Craulad ad una civile estranea alla cosa? No di sicuro suo padre non poteva far trapelare il fatto che fosse sopravvissuto ad una tale disgrazia, probabilmente perché a quel tempo era già diventato un vampiro. Si soffermò sotto il tronco di un Acero e ne accarezzò il tronco freddo con aria pensierosa ed improvvisamente realizzò una cosa al quale non aveva fatto caso finora, non si trovava nello stesso posto di ieri. Il cantiere dove si erano rifugiati, sembrava posizionato nella periferia di una grande metropoli, in una zona edilizia, ma nel posto dove si trovavano ora, non c’era nessuna traccia di nuove costruzioni, ma solo tanto verde. Possibile che si siano spostati mentre lei dormiva? E poi perché,  nonostante non abbia memoria di questo posto, ogni cosa le provoca nostalgia? Persino il profumo dei pancake mangiati a colazione le erano famigliari, nonostante non avesse mai mangiato i in vita sua. Che il padre fosse già stato li ormai era chiaro e l’incontro con l’anziana donna aveva tolto ogni sospetto a riguardo, ma da quando suo padre era un dottore? E poi quando avrebbe vissuto li? E lei? Anche lei aveva vissuto li? Era per quello che provava così tanta nostalgia? Chiuse gli occhi sospirando, le domande continuavano ad aumentare, aveva bisogno di risposte, ma seppure avrebbe chiesto a suo padre, non aveva la certezza di ottenerle e questa cosa le creava solo altra frustrazione. Alzò lo sguardo e fissò il padre che ricambiò l’occhiata con aria perplessa, aveva l’espressione classica di chi si aspetta un interrogatorio da un momento all’altro, ma lei sospirò nuovamente e si riavviò. “C’è qualcosa che vuoi chiedermi?” le chiese il padre affiancandola.

“Dipende” sospirò lei prendendo una foglia secca ed iniziando a giocherellare, “mi risponderesti?”.

“Non lo so ma, se non chiedi, non lo sapremo mai” si strinse nelle spalle. Sara ci pensò su, lasciò cadere in terra la foglia e continuò a camminare in silenzio.

“Sara?”.

“Non ho domande per ora, so che se potevi dirmi qualcosa, me l’avresti detto e basta. Se non lo fai è perché non puoi o non sei ancora pronto, quindi non mi resta che aspettare! Piuttosto che una risposta a metà o una falsa verità, preferisco non sapere nulla ed aspettare che sia tu a parlarmene” rispose la giovane senza neanche voltarsi, ma continuando la sua passeggiata per il viale alberato. Karl sorrise: “Rhith, nostra figlia sta maturando” sussurrò alzando gli occhi al cielo grigio di nuvole. Il giorno in cui le racconterò tutta la verità non è ancora così lontano, pensò speranzoso.

Passarono il resto della giornata tra chiacchiere e risate, ad entrambi non pareva possibile vivere un’esperienza del genere dopo il trambusto e la paura dei giorni scorsi. Sara era serena e raggiante, Karl appariva molto rilassato anche se gli sprazzi di sole che ogni tanto facevano capolino tra le nuvole gli toglievano le forze fino a farlo ansimare.

“Vuoi fermarti a riposare?” gli chiese Sara.

“No, tra poco caleranno le tenebre ed io starò meglio. Ora voglio solo godermi questa giornata con te”.

“Papà, perché mi hai portata qui?”.

“Perché me lo chiedi? Non ti piace forse?”.

Lei inclinò il viso distogliendo lo sguardo, “no, non volevo dire questo, anzi, questo posto sembra un paradiso” sorrise. Karl la fissò sereno, erano le stesse parole che Rhith, la madre di Sara, pronunciò appena messo piede in quel piccolo paese, la stessa reazione spensierata. Quando lui e Rhith arrivarono a Paikka alussa erano giovani e disperati. La donna aveva una rara malattia debilitante che la consumava giorno per giorno senza lasciarle scampo, ma l’aria pulita di quel posto sembrava rallentare  il percorso degenerativo. Le giornate di Karl si dividevano tra l’ospedale, il laboratorio e la biblioteca. Non passava giorno senza consultare un nuovo libro di medicina per cercare un modo di frenare definitivamente la malattia, ma ogni suo tentativo sembrava cadere nel vuoto. Ma dopo un paio di mesi dal loro arrivo li, la salute di Rhith migliorò al punto che le fu possibile cercarsi un piccolo lavoretto per aiutare economicamente la famiglia così, nonostante il parere contrario di Karl, iniziò a lavorare come commessa in un piccolo negozio di alimentari a pochi passi da casa.

“Papà?”. La voce di Sara lo riportò alla realtà. “A cosa stavi pensando? Avevi una faccia così serena” sorrise sedendosi su un muretto che fungeva da divisore tra una casa e l’altra.

“Pensavo a tua madre” rispose con lo sguardo perso nel vuoto. Lei sorrise dolcemente, era bello sentire che nonostante la vampirizzazione, nonostante nel corpo di suo padre non battesse più un cuore, lui conservasse ancora ricordi e sentimenti umani, questo voler essere umano a tutti i costi e contro ogni regola logica o legge non scritta del regno delle tenebre, non le faceva pesare più di tanto il fatto che di fondo suo padre era morto tanti anni fa senza che lei se ne fosse minimamente accorta. Fissò il viso pallido e leggermente crucciato del padre, sembrava volesse cercar di capire a tutti i costi, cosa stesse passando nella mente della figlia, ignorando che anche lei provasse le stesse emozioni in quel momento.

“E’ bello sapere che ti ricordi ancora di lei” mormorò. Lui annuì, ma non disse nulla. Continuarono la loro passeggiata avvolti nel silenzio, entrambi si sentivano molto legati l’uno all’altra in quel momento e non sentivano neanche più l’esigenza di parlare. Un cucciolo meticcio s’avvicinò titubante alla caviglia di Sara, che scattò spaventata. “Oh, ma sei bellissimo!” sorrise accarezzando il piccolo che scodinzolò felice.

“Stai attenta, potrebbe morderti” mormorò il padre, quando avvertì qualcosa d’insolito.

“Cosa c’è?” chiese Sara con apprensione, notando l’improvviso cambio d’espressione dell’uomo.

“Non è possibile” mormorò Karl, “avverto la presenza di vampiri”.

“Cosa?” scattò Sara spaventata.

“Non riesco a definire bene le loro posizioni ne quanti siano di preciso, ma sento qualcosa di strano nell’aria. Sara, aspettami qui. Io torno subito”.

“Non lasciarmi da sola!” s’allarmò.

“Non sei sola, c’è il tuo piccolo amico con te, torno presto” sorrise sparendo.

Sara prese in braccio il cucciolo e lo strinse al petto: “torna da me, ti prego” mormorò stringendo ancor più forte il cucciolo che si liberò dall’abbraccio della ragazza e, una volta saltato in terra, iniziò a correre. “Ehi, no! Aspetta!!” urlò Sara inseguendolo.

Il sentiero sterrato, era deserto, l’odore degli invasori era sempre più forte ed acre, oltre la parete di alberi si estendeva una piccola radura, l’odore proveniva da li. Karl correva ad una velocità non visibile ad occhio umano ed in pochi secondi arrivò sul posto. Gli alberi a cerchio intorno a lui, al centro il nulla a parte un incensiere posizionato in terra tra in una macchia non coperta dall’erba, si avvicinò. Prese l’oggetto tra le mani e lo annusò: “L’odore proviene da qui, ne sono certo. Che ci sia Craulad dietro tutto questo?” mormorò digrignando i denti.

“Ti stavamo aspettando, hai fatto in fretta!” urlò una figura alle sue spalle, Karl si voltò facendo un balzo indietro ed una mano armata di artigli affilati gli sfiorò il viso sfregiandolo. “Sei stato bravo a schivare, ma noi siamo in tanti e tu sei solo, quanto pensi di poter resistere?” rise e da dietro dei tronchi d’albero apparvero altre sei sagome nere vestite tutte allo stesso modo ed armate di artigli.

“Ombre?” socchiuse gli occhi Karl, “che cosa volete da me? Perché siete qui? Questa è una città tranquilla per lo più abitata da anziani, non è posto per voi!” tuonò.

“Il nostro compito era allontanarti dalla città affinché il nostro Signore potesse agire indisturbato” rispose una di esse. Karl assunse una posizione di guardia, “e chi sarebbe?” chiese anche se dentro di lui già conosceva la risposta, sono una persona poteva avercela con lui al punto tale da suddividere la sua anima in tante piccole ombre pur di attaccarlo e quel qualcuno era Craulad.

“Dovresti conoscere la risposta” risero, “ma rilassati, il nostro compito non è ucciderti, noi dobbiamo solo intrattenerti quanto basta per permettere al nostro sovrano di trasformare la tua amata figlia in una di noi”.

“Non ve lo permetterò!” urlò scagliandosi contro le ombre che si aprirono a cerchio circondandolo.

“Muori, traditore del tuo stesso sangue!” tuonarono all’unisono ed accattandolo contemporaneamente.

6 pensieri su “LITTLE SECRET – cap. 7 –

  1. Altro fantastico capitolo **
    Questa storia mi piace sempre di più, peccato stia per volgere al termine >.<
    Riesci abilmente a svelare piano piano il passato di Karl e lasciare felicità, una nota di malinconia e curiosità nel lettore ^^
    Non vedo l'ora di leggere il seguito **

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