Sogno USA -cap. 1-

Questo racconto lo scrissi che andavo ancora a scuola, quindi si parla di davvero tantissimi anni fa, non so se vi piacerà ma, dato che ho deciso di mettere tutto su questo blog, non potevo esimermi dal farlo.

Le ambientazioni ed il genere è completamente diverso da Little Secret, qui non ci sono vampiri o creature della notte, ma solo storie di vita quotidiana e non, però di una cosa sono sicura: ci saranno tanti errori ed è scritto in modo un pò diverso rispetto a come siete abituati, ma è questo il bello, no? (Forse -.-)

Voi prendetelo come un’esperimento e fatemi sapere cosa ne pensate, se vi piace la storia, ma preferite che la adatti al mio attuale stile di narrazione, ditemelo e lo farò, diversamente, continuerò a postarlo a scadenza settimanale, non toccando neanche una virgola e lasciando al racconto la genuinità e la freschezza con cui lo scrissi tanti, tanti anni fa.

Ps: Andando avanti negli anni, mi sono accorta che ho la fissa per determinati nomi, ma ricordatevi sempre che: nomi, luoghi, fatti e persone presenti in questo racconto è frutto della mia fantasia. Non ci sono verità, è tutto puramente occasionale, anche il fatto che il protagonista si chiama Ethan come un certo professore di nostra conoscenza xD

BUONA LETTURA 😉

Ethan Mancini era uno dei tanti uomini, la cui società moderna riteneva un perdente. Non faceva che ripeterselo in continuazione soprattutto quando si ritrovava da solo con un bicchiere di whisky ed una sigaretta tra le dita. Erano già trascorsi otto anni da quando si era trasferito negli USA per un lavoro e solo tre da quando aveva divorziato da Annie Burton, sua ex compagna di studi nonché, ormai, ex moglie. La spiegazione che Annie dette al suo gesto fu la classica “incompatibilità di carattere”, ma la verità era un’altra assai più aspra e cruda. Era scappata con un noto commercialista di dieci anni più grande. Da sempre molto attaccata al denaro, non si era lasciata sfuggire una simile occasione. In fin dei  conti, che futuro poteva offrirle un povero uomo con un misero stipendio da impiegato in una società d’industrie meccaniche? Non era mai riuscito ad accontentarla; aggravando così il suo stato d’animo già così pessimo.

            Passava le sue giornate in ufficio, non faceva che lavorare come un pazzo con la speranza che un giorno, la sua Annie sarebbe ritornata da lui. Questo pensiero l’ossessionava al punto da spingerlo ad orari lavorativi al limite dell’umana sopportazione.

            Erano le 22 della vigilia di Natale, i suoi colleghi erano andati tutti a casa, mentre lui continuava il suo incessante pigiare sulla tastiera del computer. I riscaldamenti erano stati spenti, la stanza era fredda al punto da indurlo ad indossare la giacca ed i guanti, ma non era poi così importante.

            “Santo cielo!” scattò la guardia del turno di notte, “non le sembra di esagerare?” chiese con un amichevole sorriso. “E’ Natale, perché non va a casa a festeggiare come hanno fatto tutti gli altri?”

            “Non ha alcuna importanza” sbuffò Ethan, “tanto non ho nessuno con cui festeggiarlo e poi, devo ancora finire di caricare questi ordini al computer” continuò facendo schioccare le dita sulla tastiera. L’altro l’osservò per qualche istante in silenzio, poi  scuotendo il capo chiese:” ma il signor Simmons non le aveva dato le ferie?”

            “E lei? Non va dalla sua famiglia?” ribatté distrattamente l’impiegato intento a cercare delle bolle in mezzo ad un cumulo di scartoffie.

            L’altro rise”. Certo che ci andrei, ma non posso chiuderla mica dentro!”. Anch’egli rise:” ricevuto!” mormorò spegnendo il computer, “tolgo il disturbo” continuò alzandosi diretto verso il corridoio. John era un uomo sui cinquant’anni, di carnagione molto scura e con un carattere socievole. Scortò Ethan fino all’uscita, aprì la porta d’ingresso e con un sorriso sussurrò: “buon Natale Ethan!”; l’altro sorrise abbottonandosi l’impermeabile. “Anche a lei” disse con un cenno del capo e s’avviò sotto il rado nevischio. L’uomo rimase sulla soglia ad osservarlo con sguardo paterno, conosceva la solitudine che attanagliava il cuore dell’amico e si dispiacque di non essergli di nessun aiuto.

            Il freddo gli penetrava gli abiti, ma l’atmosfera che si respirava per le strade della città, il profumo delle caldarroste, le risa dei bambini  mentre intonano dei cori natalizi, le vetrine illuminate… i finti babbi natale che distribuiscono caramelle ai più piccini…tutto questo…riusciva a riscaldargli il cuore. Tutt’intorno era allegria, persino i mendicanti agli angoli della strada sembravano più sereni, forse perché questo, per loro, era il giorno in cui i passanti erano più disposti a lasciar un’offerta. Si fermò dinanzi ad una delle tante vetrine , le luci ad intermittenza gli illuminavano di più colori il viso stanco. Con la mente completamente altrove, rimase immobile ad osservare quel piccolo spettacolo di luci che per un breve istante gli richiamarono alla memoria ricordi della bell’infanzia trascorsa nel suo paese natale: Viareggio. “Il paese del carnevale e dell’allegria!” sbuffò cinicamente facendo trasparire dalle labbra un amaro sorriso.

La neve continuava a scendere incessantemente, ne era ormai ricoperto, ma incurante di questo riprese la sua passeggiata nei ricordi di un tempo felice. Il suo primo natale con Annie, fu memorabile. C’era così tanta di quell’armonia tra loro, pareva impossibile che da li a qualche anno, la loro storia sarebbe finita in un modo così triste…Un giorno, al ritorno dal lavoro, la sorprese sulla porta di casa con le valigie in mano. “Che sta succedendo?” le aveva chiesto con il cuore gonfio dall’ansia. “Siamo diversi Ethan, io non posso più stare con te”. Queste furono le sue uniche parole. Ricordò che non aveva il coraggio di guardarlo negli occhi, poi lo scostò dalle scale e corse via lasciando dietro di se, solo una lunga scia di profumo.

            A quel ricordo, gli occhi divennero lucidi, quando fu scosso ed abbassò lo sguardo. ”Scusi signore” mormorò una fievole vocina. “Di niente piccola” sorrise, anch’ella sorrise e corse via allegra. La fissò allontanarsi e per un istante si sorprese nel provare invidia nei confronti di quella creatura tanto piccola a dall’aria così serena, ma infondo, non sarebbe servito a nulla. Si sistemò la sciarpa e riprese il suo lento cammino in quella fredda notte d’inverno.

            Il suo appartamento si trovava in uno dei tanti condomini del centro, dove la polizia è costretta a fare un giro di sicurezza almeno tre volte al giorno e dove gli inquilini si scannano per niente. Salì le fragili scale di legno Penolope, la padrona di casa, l’aspettava sulla soglia del suo appartamento con un sadico sorrisetto. “E’ venuta a riscuotere?” ironizzò Ethan scrollandosi la neve dalle spalle.

            “Non faccia lo spiritoso” ribatté l’arzilla vecchina, aveva settant’anni, ma si comportava come una trentenne.” Se fossero tutti come lei, farei volentieri a meno di andare a bussare le porte mese per mese…” riprese.

            “E allora perché è qui?” chiese spazientito, l’ultimo dei suoi pensieri era imbattersi in uno dei terrificanti discorsi della signora Hardy.

            “Ci sto arrivando, ci sto arrivando!” borbottò, “credi che mi diverta a stare qui anziché andare a mangiarmi una fetta di panettone? Le posso assicurare che non è affatto divertente, no signore! Soprattutto se a farne le spese sono le mie povere  gambe… sa quanto mi costa fare i tre piani a piedi?”.

            “Signora Hardy, io…”

            “Certo, lo credo che non sa cosa rispondere, lei è così giovane!” sorrise. “Io invece sono solo una povera vecchia e non…”.

            “SIGNORA HARDY!!!” l’interruppe Ethan seccato, “mi scusi, ma sono un po’ stanco. Le dispiacerebbe dirmi cosa è venuta a fare qui?” riprese con più calma.

            Benedetto figliolo! Potevi dirlo subito che eri stanco. Vuoi che ti prepari una tisana?” rispose Penelope con apprensione.

            “La ringrazio, ma preferirei solo coricarmi” fece una pausa, “ se…” riprese con sollecitazione della mano, invitandola a parlare.

            “Oh, certo!” sorrise. “E’ arrivata questa busta per lei. Buon Natale e si riguardi, mi raccomando” concluse la vecchina mettendogli in mano il biglietto ed allontanandosi lentamente per poi sparire dietro l’angolo. Ethan sospirò, si era stancato di più a parlare con Penelope, che a lavorare in ufficio. Varcò la soglia, la stanza era fredda e buia, con la mano cercò l’interruttore, accese la luce e qualcosa di morbido gli cadde sulla spalla. “Ehilà, Romeo!” sorrise abbracciando l’enorme gatto, “vediamo cosa posso darti da mangiare” mormorò posandolo sul divano. Lanciò il biglietto sul tavolo del salotto, che poi fungeva anche da sala da pranzo e s’avviò verso la cucina. Aprì il frigo, confermando i suoi timori…Era vuoto! “Dovrai accontentarti di un po’ di latte” sorrise prendendo un piattino e porgendolo al micio che inizio a bere. L’uomo rimase ad osservare l’animale in silenzio, con aria compiaciuta. Romeo era tutto ciò che gli restava del matrimonio con Annie e gli era realmente molto affezionato. Stappò una bottiglia di birra, si sedette nel divano ed iniziò a sorseggiare pensieroso, poi prese il biglietto che gli aveva dato la signora Hardy e l’aprì. Al suo interno vi era un classico bigliettino di auguri natalizi con un grazioso disegno stampato nel mezzo, sorrise e lesse il contenuto: “caro Ethan, spero tu stia bene, volevo solo farti sapere che non ti ho dimenticato. Stammi bene. Annie”. Sospirò. Era un’altro dei suoi  soliti, inutili, falsi…biglietti. Da quando andò via, ne spediva uno per ogni ricorrenza religiosa, dando l’impressione di voler colmare in quel modo quel senso di colpa che l’accompagna da quando l’aveva lasciato. Finì la birra e avvolse il nastro contenenti i messaggi che la segreteria telefonica aveva registrato in sua assenza. Il primo messaggio: “….Ciao, sono Pete, qui al locale stiamo dando una festa, ti aspetto….BIP!”. Secondo messaggio: ”….Ma dove diavolo sei? Sono le nove! Non dirmi che lavori anche oggi?! Senti io sono sempre qui al locale, ma ricordati che alle due chiudo!!! Ciao”. Ethan sorrise, spostandosi verso la finestra per vedere se stava ancora nevicando. L’apparecchio emanò un altro “bip” ed una voce di donna prese a parlare molto timidamente: “ciao, sono io…” Ethan si voltò di scatto a fissare l’apparecchio telefonico, “…scusa se ti ho chiamato, ma la piccola ha insistito tanto… Te l’ha passo…”. Ethan s’avvicinò lentamente, proprio nel momento in cui una flebile vocina diceva: “ciao papà, buon Natale…”. Il messaggio s’interruppe in quanto era finito il tempo, ma bastò a far cadere l’uomo in un attimo di sconforto… “Sara…” mormorò accarezzando la segreteria telefonica, “…la mia piccola Sara!”. Sentiva il viso accaldarsi, prese l’impermeabile e la sciarpa ed uscì di corsa.

            Arrivò al bar di Pete, entrò facendosi largo tra la folla di persone intente a ballare e si recò diritto filato al bancone, “Ehi, sei arrivato finalmente!” sorrise l’amico intento a preparare un cocktail; “ un minuto e sono da te” avvisò. L’altro non rispose, sentiva il cuore spezzarsi dall’ansia, avrebbe voluto essere con sua figlia in quel momento ed invece… era in un bar a cercare di frenare i bollenti spiriti.

            “Allora, che ti preparo?” chiese l’amico.

            “Un whisky….. doppio!”.

            L’altro esitò qualche istante poi, con entrambi i gomiti appoggiati sul bancone chiese:” che è successo?”. Ethan non rispose, era visibilmente teso e questo allarmò ulteriormente il giovane Pete, che ormai lo conosceva  da lungo tempo. Si erano incontrati sulla stessa nave diretta in America ed avevano stretto subito amicizia. In quell’occasione Ethan aveva solo 24 anni, mentre Pete ne aveva appena compiuti 16; d’allora non si sono più persi di vista.

            “Cos’ha fatto Annie?” chiese più direttamente.

            “Non è Annie” mormorò. “Prima, però, voglio quel whisky… per favore”.

            “Ne sei proprio sicuro?”. Ethan annuì. “Ok, arriva subito!” concluse l’altro mettendosi al lavoro, un minuto ed il whisky era pronto. L’uomo lo bevve tutto d’un  fiato ed il bruciore fu tale da fargli venire gli occhi lucidi e terribilmente arrossati. Tossì facendo cenno a Pete, che ne preparò un’altro.

            “Hai proprio deciso di ubriacarti?” chiese il giovane sospirando.

            “Forse” mormorò prendendo il pacchetto delle sigarette dalla tasca interna dell’impermeabile, lo strattonò fino a che non ne uscì una e l’afferrò  tra le fini labbra, poi prese a tastarsi le altre tasche alla ricerca dell’accendino; quando Pete lo precedette con un sorriso. “Grazie”  sorrise l’altro prendendo in mano il secondo bicchiere di Whisky. Sulla coppia di amici era piombato un silenzio irreale, mentre tutt’intorno la gente parlava, rideva, ballava,,,, loro non emettevano neanche un suono. Rimasero immobili, Pete semi sdraiato sul balcone con il volto sorretto da entrambe le mani ed Ethan che continuava, incurante della baldoria che lo circondava, a fissare il bicchiere ormai quasi vuoto. “Ho trovato un messaggio di Annie sulla segreteria telefonica” sospirò bevendo tutto d’un fiato il whisky rimasto nel bicchiere. “Ed è stato questo a rovinarti la festa?” sorrise il giovane barman riordinando i liquori sulla mensola alle sue spalle.

            “Mi ha fatto ascoltare la voce di Sara” riprese con occhi lucidi, mentre inspirava il fumo dalla sigaretta; l’altro smise di riordinare ed iniziò a fissarlo con sguardo preoccupato. “…La mia piccola Sara…capisci?” concluse espirando un’enorme nuvola bianca. Si passò velocemente una mano davanti agli occhi ormai gonfi e sospirò.

            Pete non disse nulla, rimase in silenzio tanto sapeva benissimo che nessuna parola al momento gli sarebbe stata di conforto, così, si limitò a fare da testimone al suo profondo dolore. L’uomo controllò che nel bicchiere non fosse rimasto ancora qualche goccio di alcool, spense la sigaretta e si lasciò cadere di testa sul bancone. Stava male…fisicamente, male. Non era abituato a bere così tanto ed iniziò ad avere le prime nausee.

            “Ciao Ethan!” sorrise Karen, sorella minore di Pete. Lui si limitò a risponderle con un lamento,

            “Ma che ha?” chiese rivolta al fratello che si strinse nelle spalle. “Annie ha usato Sara per colpirlo” sospirò.

La ragazza si voltò verso l’uomo con gli occhi  velati di tristezza, sospirò abbracciandolo comprimendo i morbidi seni

contro le larghe spalle. “Karen, non ci provare, non oggi…ti prego” mormorò lui alzando il capo. Lei arrossì per l’imbarazzo: “…tu sai cosa provo per te?” chiese timorosa. Lui sospirò stordito dall’alcool: “ti prego…” mormorò nuovamente e ricadendo giù con la testa.

            “Ma quanto ha bevuto?” chiese rivolta al fratello che aveva assistito a tutta la scena con aria perplessa.

            “Parecchio!”. Entrambi i fratelli si scambiarono una occhiata ambigua.

            “Io vado” avvisò Ethan alzandosi goffamente.

            “Aspetta, ti porto a casa” rispose Pete.

            “Ehi! Ehi! Ehi! Sto bene! E’ tutto ok!

             Ci vediamo domani, va bene?” sorrise avviandosi.

            “Ethan!” lo chiamò Karen affiancandolo.

            “Ho detto che vado da solo. Non ti preoccupare…”. Lei sorrise ”buon Natale, mister sexy!” mormorò baciandogli le labbra. Lui la guardò perplesso, accennò un sorriso ed uscì dal locale.

            Barcollava lento per le strade scivolose di neve, non aveva una meta precisa, l’alcool gli aveva annebbiato la mente al punto tale da non riuscire più ad orientarsi. Sentiva il gelo penetrargli le ossa, mentre il viso ardeva a tal punto da provocargli fastidi alla vista. Le nausee erano sempre più frequenti e il terribile dolore alle tempie non semplificava le cose. Si guardò intorno e si rese conto di non riconoscere il luogo dove si trovava, aveva la mene offuscata da troppi pensieri; aveva perso il controllo. Con una mano si reggeva la testa dolente, scorse con la coda dell’occhio un vicoletto e vi si inoltrò per poter smaltire la sbornia nel modo più naturale e rapido. Vomitò.

            Il tiepido sole del mattino illuminava il viso regalandogli un piacevole benessere. Non riusciva ben a capire come fosse arrivato a casa e soprattutto com’era possibile che il sole filtrasse dalle finestre della camera quando di solito sono raggiunte dai raggi del pieno pomeriggio. Ancora in preda a pensieri poco chiari , aprì lentamente gli occhi e vide una ragazza che lo guardava dall’alto verso il basso. Ethan si sfregò gli occhi, non riusciva a capire cosa fosse successo ma di una cosa era certo: non si trovava  nel suo appartamento. La ragazza continuava a scrutarlo con aria perplessa, indossava un giubbotto in finta pelle con uno strano disegno, un serpente con una mela, stampato sul  braccio destro. “Sta  male? Vuole che chiami aiuto?” chiese infine la ragazzina in minigonna. L’uomo non sapeva cosa rispondere, aveva freddo, poi realizzò: “ sono a terra!” pensò e con uno scatto si sedette trovandosi le mani immerse nella neve. Fu in quel momento che si rese conto di aver dormito nella neve tutta la notte, questo spiegava il freddo che gli aveva paralizzato tutta la schiena. “Che ore… sono?” mormorò stordito.

            “Non saprei… E’ giorno!” sorrise lei. Lui s’alzò barcollante, starnutì più volte.

“Salute!”.

            “scusi…., ma ora devo andare” disse con voce rauca ed incamminandosi barcollante.

            “No, aspetti!” chiamò in vano la ragazza, poi scosse il capo e s’avviò urtando col piede un fagotto ricoperto di neve. Incuriosita lo raccolse e si ritrovò tra le mani un  portafogli in vera pelle.

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